Canzone non natalizia

23 12 2007

Drink up baby, stay up all night
With the things you could do
You won’t but you might
The potential you’ll be that you’ll never see
The promises you’ll only make
Drink up with me now
And forget all about the pressure of days
Do what I say and I’ll make you okay
And drive them away
The images stuck in your head

The people you’ve been before
That you don’t want around anymore
That push and shove and won’t bend to your will
I’ll keep them still

Drink up baby, look at the stars
I’ll kiss you again between the bars
Where I’m seeing you there with your hands in the air
Waiting to finally be caught
Drink up one more time and I’ll make you mine
Keep you apart, deep in my heart
Separate from the rest, where I like you the best
And keep the things you forgot

The people you’ve been before
That you don’t want around anymore
That push and shove and won’t bend to your will
I’ll keep them still

Bevo un tè verde al gelsomino. L’ultimo tè dell’anno che bevo stando seduta sul mio letto, digitando veloce sul computer. Domani è il gran giorno, anche se la nebbia sembra minacciare la partenza. Torno in Italia dopo 6 mesi. E come allora non sono troppo eccitata. Preoccupata, più che altro. Sono successe un sacco di cose in questo 2007 ormai alla fine. Ma certe cose non cambiano, purtroppo o per fortuna.
Tra 6 ore uscirò da questa casa farò la solita strada di tutti i giorni, poi prenderò due treni e un aereo. Con la mia valigia piena di regali, pensierosa. Per un po’ finirò in un altro mondo, dove non ci saranno blog o email o msn o blackberry. Mi farà bene mettere piede nel modo “reale”.
Non dico una parola da ieri pomeriggio, da quando ho ringraziato il cassiere del supermercato. Erano circa le 4. Fino a domani mattina alle 6 dubito che avrò modo di parlare. E saranno 38 ore senza emettere un suono. Una quiete necessaria prima di essere forzata nel caos di parole che potrebbe aspettarmi domani. Ma domenica prossima a quest’ora sarò a Barcellona e sarà già tutto finito.

Dedico questa canzone a me, a te che riabbraccerò tra una settimana, a tutti gli uomini – o presunti tali – che quest’anno mi hanno fatto ridere, piangere o incazzare, a chiunque passi di qui per caso, seguendo fuorvianti chiavi di ricerca.





Nebbia nel parco

22 12 2007

Sono sparita per un po’. Quest’ultima settimana è stata alquanto impegnativa: ultima settimana di lavoro prima di un break di 2 settimane, con un nuovo progetto da far partire e documenti da preparare per la prima settimana di gennaio, quando io sarò ancora in ferie, mentre il mondo avrà già ripreso a girare.
E poi c’erano i regali da comprare, le cene e i party di natale e i colleghi da salutare. Ieri sera alle 7 ero a casa e avevo fatto tutto quanto. Eppure ancora non ero abbastanza “ispirata” per scrivere un post. E dire che quasi ogni sera tornando a casa mi sono raccontata qualcosa di nuovo nella testa (e a volte anche ad alta voce), ma una volta davanti al pc mi sono bloccata.
Ho parlato troppo in questi ultimi giorni e non ho ascoltato abbastanza. Credo sia per questo che non riuscivo a scrivere.
Oggi ho ricominciato ad ascoltare. E ricomincio a scrivere.

Ci sono abbracci che ti senti addosso anche mentre cammini da sola verso casa. Abbracci che ti si avvolgono attorno al cuore, mentre quel sorriso ti si stampa nella testa. E ci saranno aerei e chilometri (o miglia), ci saranno lingue diverse e persone diverse. E nuovi ricordi. E i messaggi telematici saranno sempre più radi. E il ricordo sbiadirà. E ci si perderà.
Ma magari in una futura giornata di nebbia mi sentirò terribilmente sola ma mi ricorderò quell’abbraccio o quelle sensazioni o un altro abbraccio ancora più intenso. E un abbraccio saranno mille abbracci e un sorriso mille sorrisi.

E ci sarà la luna.





Insonnia

16 12 2007

Dormendo 8 ore a notte, all’età di 60 anni avrò dormito per 20 anni.
Un pensiero alquanto angosciante.

Ma l’opposto è altrettanto terribile.

Non riesco a dormire la notte. Fatico ad addormentarmi e una volta conquistata dal sonno mi sveglio in continuazione. E non è colpa del caffè, della cena pesante o dei rumori. Semplicemente non riesco a dormire.
Ieri notte ho battuto il mio record personale: mi sono addormentata alle 6:30 (di mattina).
E mi chiedo perchè.  Ma la risposta è più semplice di quanto pensassi: è quasi natale. Per quanto quest’anno stia meglio, questo rimane sempre il periodo più pesante dell’anno.

Per le persone che mancano
per quelle che ci sono ma sono lontane
per quelle che devo incontrare ma so già che le mie aspettative saranno deluse
per il mio periodo nero dell’anno scorso che evidentemente non ho ancora del tutto superato.

E passo le mie nottate a cercare di leggere un libro senza però riuscire a concentrarmi. Allora gioco un po’ con il DS sperando di crollare dal sonno. Accendo la tv e fortuna vuole che riesco a beccare per caso un’intervista a Lynch e frammenti di interviste con Gondry, Shane Meadows e Danny Boyle. Programmi che non danno mai ad orari “umani”. Programmi culturali che danno solo di notte per quelli che come noi hanno una diversa concezione del tempo. Almeno non è stata una notte sprecata.

E oggi non ho voglia di fare nulla. Resto in pigiama, seduta sul letto. Misantropa più che mai.
Non riesco a scegliere che musica ascoltare.





Pomeriggio cultural – turistico

13 12 2007

The Art of Lee Miller @ V&A

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Un nome maschile per indicare questa donna dalle mille vite.

She was self-made, si legge su uno dei pannelli all’ingresso. Si è persino scelta il nome.

Ha seguito l’istinto, ha inseguito amori, ha cercato aspirazioni nuove. Ha saputo fotografare la concretezza nel sogno surrealista, come anche la realtà della guerra nell’irrazionalità della mente umana.
I personaggi di Lee Miller non guardano mai (o quasi) nell’obiettivo della macchina fotografica. Assumono pose da sognatori, sguardi che vengono da un mondo lontano e vanno oltre l’orizzonte concreto. Guardano in camera solo quando indossano maschere, come a proteggersi da un mondo che non li potrebbe capire. Diventano rappresentazione indiretta del pensiero. Le donne di Lee Miller sono bellissime, enigmatiche, sensuali nello sguardo o nella posa di una mano. Sono tanto concrete e forti quanto surreali e sfuggenti.
Così come per i soggetti, anche gli oggetti fotografati sono proiezioni di interpretazioni, simboli che rimandano all’oggetto stesso o alle sue trasformazioni. La foto della grande piramide in Egitto non è la foto della piramide in sé, ma della sua ombra riflessa sulla sabbia. E nella foto del King’s College di Londra, dell’edificio appare solo il riflesso in una pozzanghera.
Dalle sue foto traspare sofferenza, desiderio di conoscere, di andare oltre i limiti imposti, di spogliare la verità davanti all’obiettivo e di ri-raccontarla, senza pretese di realismo ma in maniera intima e personale. Spesso l’elemento centrale dell’immagine è fotografato da dietro una finestra o una porta aperta o una grata. Come a simboleggiare lo sforzo e il desiderio nell’atto di guardare oltre. E allo stesso modo “Portrait of Space” è l’immagine di una rete squarciata, sormontata da uno specchio in cui non si riflette nulla, ma dietro la quale si distende una terra sconfinata.

Elizabeth “Lee” Miller (1907 – 1977), una donna davvero straordinaria, che ha tracciato un percorso davvero straordinario. Da soggetto delle foto di moda su American Vogue, a musa e apprendista tra i surrealisti parigini. Da fotografa in ambito pubblicitario, a viaggiatrice in un mondo sull’orlo della catastrofe della seconda guerra mondiale. Fino a diventare uno dei più prolifici corrispondenti durante la seconda guerra mondiale. Con un occhio artistico sempre pronto a cogliere l’attimo, che sia una Remington semi-distrutta abbandonata in una strada londinese durante i bombardamenti, o la vasca da bagno dell’appartamento di Hitler a Monaco.
Ha vissuto mille vite in 70 anni, è stata mille donne diverse e allo stesso tempo mille aspetti di una sola donna, viva, vera, passionale e appassionata.

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Oggi… 1969

12 12 2007

Non so bene spiegare il perchè, ma “Piazza Fontana” è forse l’episodio della storia italiana che più mi si è impresso nella mente. Sarà per il fatto in sé, per il clima in cui è maturato, per le conseguenze a cui a portato, per i vari tentativi di “revisione storica” che sono stati applicati all’accaduto, per quel verso nella canzone di De Gregori, o forse perchè ricordo quando ai tempi delle superiori si andava alla manifestazione o perchè negli anni dell’università ci passavo quasi tutti i giorni.
Sta di fatto che per una ragione o per un’altra ogni anno il 12 dicembre mi sveglio, guardo l’ora – e la data – sul cellulare e la prima cosa che penso è “Piazza Fontana”, poi Pinelli, Calabresi, etc…
E ogni volta mi arrabbio. Mi irrita il pensiero che ci siano episodi neri nella storia italiana che sono stati deliberatamente “manipolati”, rivisti, alterati, strumentalizzati, soffocati da pile e pile di documenti. Senza considerare che i nomi su quei documenti rappresentano persone reali. Che hanno sofferto. Che sono state separate per sempre dalle loro famiglie. Che sono morte.

E non mi stupisce il fatto che quest’anno il sindaco di Milano non sia presente alla commemorazione. 
Viva l’Italia. 





Uomini…

11 12 2007

L’altra sera l’amico di Barcellona mi ha detto che per molti aspetti tra noi due l’uomo sono io. Io sono quella con un lavoro a tempo indeterminato, io sono quella che esce a bere con gli amici, io sono quella che si interessa di tecnologie e che compra riviste di videogiochi, io sono quella che guida (per lo meno lo facevo quando avevo una macchina), io sono quella che a volte è troppo razionale-pragmatica.

La cosa mi ha fatto sorridere, nulla di più. In fondo prendere delle belle qualità della sfera maschile ed aggiungerle alle ottime caratteristiche della sfera femminile non può che dare un risultato positivo.

Ieri però mi sono trovata a riflettere sull’argomento in altri termini. Ora mi spiego.

Ho ricevuto una email dall’ex che mi chiedeva se mi fosse possibile fargli un favore ed occuparmi di una questione monetaria perchè lui non riusciva a farlo online e non aveva tempo di andare in banca, blah blah blah… Non c’è problema, dico io. Mi ci vogliono 2 minuti per farlo. Ed ero anche un po’ orgogliosa del fatto che avesse chiesto aiuto a me…

Poi però sono partita con la riflessione, che suonava più o meno così:

MA CHE RAZZA DI UOMINI MI VADO A CERCARE?!?!

Di solito una donna cerca in un partner la sicurezza, qualcuno che sia sempre in grado di aiutarla nei piccoli e grandi problemi. Qualcuno che si sappia prendere cura di lei. Qualcuno che offra delle risposte, o per lo meno ci provi.
Mi rendo conto che gli esempi di cui sopra sono solo cazzatine e possono anche essere insignificanti, ma sono un piccolo esempio del fatto che mi trovo spesso (sempre?) ad essere quella che deve trovare soluzioni, che si deve, in un certo senso, “prendere cura” dell’altro. Che deve affrontare la realtà e scendere a patti con lei.
E la cosa mi piace davvero. Io HO BISOGNO di dovermi (pre)occupare di qualcun altro. E’ anche vero che a volte mi piacerebbe non dovermi crucciare e finire tra le braccia di Mr Sicurezza.

Ma i “miei” uomini, in fondo, mi piacciono così. O mi piacciano proprio perchè sono così. Mi lascio sempre affascinare dalla proposta di un salto mortale senza rete, piuttosto che una vacanza alle Maldive.
In queste relazioni svincolate dalla realtà sono io ad avere il controllo pratico mentre loro hanno sempre il controllo emozionale. Peccato che poi io mi lasci sempre travolgere dalle emozioni e alla fine quella che deve andare a cercare dei cerotti sono sempre io.

Ed ora ha ancora più senso la frase che dice che dietro ad un grande uomo c’è sempre una grande donna…





Isolation

9 12 2007

But if you could just see the beauty
These things I could never describe
Pleasures and wayward distraction
Is this my wonderful prize?

Amici virtuali mi parlano da mondi lontani. Lontani nel tempo e nello spazio. Mi sanno parlare più di chi mi sta accanto ogni giorno.
Ora capisco che avevi ragione. Capisco cosa significa quando dici che stai bene nel tuo mondo. Ri-sento le tue parole nella mia testa e mi rendo conto che io non ero molto diversa da te. Avevo solo soffocato quella parte di me in nome della più comune normalità.
Cose insignificanti per altri sono importanti per me e argomenti su cui altri dibattono non sono che chiacchiere vuote nella mia testa.

Mother, I tried, please believe me
I’m doing the best that I can
I’m ashamed of the things
I’ve been put through
I’m ashamed of the person I am

A volte mi vergogno anch’io. Ma non di quello che penso o che sono. Ma di quello che a volte divento, di quella persona che a volte mi impongo di essere.
Ma imparo ogni giorno a crescere.
E a volte una telefonata di sabato sera aiuta. Tanto. Faccio incursioni in un mondo altrui e mi sento “fantastica”, nel senso più letterale del termine.

Dal dizionario italiano online – De Mauro:

fan|tà|sti|co    agg., s.m.

1a agg.,
della fantasia, creato dall’immaginazione: creatura fantastica, mondo fantastico | estens., palesemente inverosimile, incredibile: storia fantastica

1b agg.,
iperb., splendido, magnifico, eccezionale: abbiamo fatto un viaggio fantastico, sei una ragazza fantastica





Coincidenze notturne

7 12 2007

E’ da poco passata l’una di notte. Di questo giovedì notte che volge al venerdì.

Non riesco a dormire, quindi scrivo.
Non so se sia per via del vento, fortissimo, che scuote la finestra e non mi dà tregua.
Non so se siano i pensieri che affollano la mente.
Non so se siano i sogni che ho paura di fare. O quelli che so di aver perso.

Scrivere per poi ricordare.
Scrivere per non pensare.

Le decorazioni di natale mi mettono tristezza. Forse perchè rappresentano un mondo che non mi appartiene più e che tutto sommato invidio.
16 giorni.
Ci sono i regali da fare, qualche biglietto d’auguri da spedire. Valigie da preparare e poi sveglia prima dell’alba per prendere un aereo.

E nella testa ho immagini di oggi di cui non mi dovrei curare. E immagini passate che mi tengono compagnia. E immagini future, così vivide da essere quasi palpabili.

Stanotte ho paura.
È una specie di presagio. Come mi capita a volte quando qualcuno a cui voglio bene sta male. Spero sia solo banalissima insonnia.

O insoddisfazione.

Insatisfacción.

E’ la parola ripetuta più volte nel romanzo che ho iniziato a leggere stasera.
Sarà solo una coincidenza.

Una serata senza cura. Un’equazione con troppe variabili.





Ti salverò da ogni malinconia

4 12 2007

“Love, however, must be understood, not through the logic of a woman like me who continually racks her brain to protect herself, but through its illogic.”

Ohran Pamuk – My name is red

Un’altra giornata grigia. Dal cielo scende qualcosa simile a minuscoli fiocchi di neve. Che tristezza dicembre.

Io sono sicura di quello che sento. E che voglio. Ma mi sento abbandonata su una barca che si sta allontanando dalla riva. E ogni tanto remo con tutte le mie forze e torno sulla nostra isola. E il sole splende e la brezza è leggera.
Poi però mi sento allontanare di nuovo.

E lo so che sono tutte paranoie. Che si tratta sempre solo di una questione di equilibrio. Ma in giornate come queste non sono più sicura di potercela fare. Avrei bisogno di un abbraccio – seppur virtuale, avrei bisogno di vedere una mano tesa per me. E invece mi sento lontana.

Mi immagino camminare scalza nell’”appartamento”, sorseggiando martini, mentre vado sul balcone a fumare l’ennesima sigaretta. In quest’immagine da sogno sto sorridendo e non mi devo più preoccupare di messaggi che non arrivano o di email che si perdono nell’aria. E ci sono momenti in cui vorrei davvero prendere quella decisione…

Come al solito io ho esagerato con l’entusiasmo. Prendere aerei così su due piedi e mettere tutta me stessa in una storia che (forse) sta prendendo forma. Una storia che mi sta dando forza anche nel mio essere persona e donna. Ma ora non ho bisogno di individualismo, ora vorrei davvero essere una di quelle persone evidenziate, essere la sua “persona speciale”. Sarò sciocca, ma ho bisogno di sentirmelo dire.

Settimana scorsa alla domanda: “Sei davvero sicura di buttarti in una storia così?” ho risposto sì senza esitazioni.
Se mi facessero la stessa domanda oggi, la risposta sarebbe la stessa. Ma esiterei.

E’ anche vero che poi leggo qualche vecchia email e mi dico che era così che doveva andare e che finalmente siamo approdati allo stesso porto. E che ne valeva davvero la pena.

Ma ho bisogno di sapere di non essere l’unica a crederlo. Sarò sciocca, ma ho bisogno di sentirmelo dire.

E stavolta non chiedo scusa.





Sempre la stessa storia

2 12 2007

Ancora una volta mi ero illusa ci fosse una buona ragione per tornare a casa per Natale. Mi ero illusa di poter passare una “vacanza” come il resto degli amici europei che tornano a casa: la famiglia sarà lì ad aspettarli, a cucinare il loro piatto preferito, a scambiarsi regali, a ridere e piangere insieme, a raccontarsi, a scambiarsi quel calore dal quale sono lontani per tutto il resto dell’anno. E invece no. Per me non sarà così.
E ora ricordo perchè non sono voluta tornare l’anno scorso. Tornare in una casa piena di ricordi belli ma lontani, e allo stesso tempo dolorosi e vicini. E sarò sola. Solitudine: ci sono abituata, è vero, ma se qui posso sopportarlo, non posso invece stare da sola in un mondo che non è più mio, in cui non c’è più nulla di mio.
Bella domenica pomeriggio: prima mi sono messa a piangere per un film che mi ha ricordato lei, perchè lo guardavamo sempre insieme, poi ho pianto perchè mi sono sentita sola, e poi altre lacrime di rabbia e delusione dopo aver ricevuto una telefonata dalla “famiglia”.
Mi si prospetta un gran bel Natale: con un padre anziano e un po’ (tanto) “rincoglionito” che al telefono non mi riconosce nemmeno più, una sorella che scompare poco dopo il mio arrivo, l’altra sorella che decide di non passare dal daddy per natale e quindi dovrò attraversare il nord Italia se voglio vedere i miei nipoti. Sicuramente impiegherei meno tempo a volare da un’altra parte d’Europa, che fare dalla provincia di Milano alla provincia di Vercelli con i mezzi pubblici nel periodo di Natale. Non vedo l’ora che sia il 30…

Alzo il volume della musica* e penso a cosa cucinare per cena…

*oggi continuo ad ascoltare questa canzone:
Tutta la tua arrogante danza danza
La sicurezza di chi è sempre a tempo
Il giusto slalom sfavillante e attento
Di chi da sempre impone l’ultima parola

Ti farò male più di un colpo di pistola
È appena quello che ti meriti
Ci provo gusto me ne accorgo ed allora
Non mi vergogno dei miei limiti e lividi
Come ti gira dopo un colpo di pistola
Ti vedo un po’ a corto di numeri
Ci provo gusto me ne accorgo ed allora
Non mi seccare coi tuoi alibi alibi