Del perché ad ottobre vado a Londra

9 07 2009

Non mi piacciono le telefonate. Soprattutto quando devo sentire gente che non vedo da un po’. Mi blocco con il telefono all’orecchio ed ascolto distratta, incapace di parlare. Perché avrei un sacco di cose da dire e di domande da fare. Ma quando ho il telefono in mano non mi vengono in mente. Spesso, quello che mi viene da raccontare è qualche sciocchezza che ho fatto dieci minuti prima, o posso iniziare a parlare male di qualche film famoso appena uscito che non ha soddisfatto le mie aspettative. Eppure penso che la persona all’altro capo del filo (si potrà usare ancora questa espressione?) proabilmente non mi ha chiamato per sapere la recensione di un film o per farsi raccontare una mia ridicola scenetta. E allora taccio, imbarazzata, e forse aspetto con ansia quelle parole (Mi ha fatto davvero piacere sentirti! A presto. Stammi bene!)

Certo questo atteggiamento non si manifesta con alcune (poche e selezionatissime) persone. Con la querida Rò, ad esempio, una telefonata potrbbe durare una giornata, senza che si resti in imbarazzo o senza argomenti. Ci sentiamo sìe no due volte l’anno ed ogni volta è come se ci fossimo trovate al solito bar davanti ad un cappuccino. E semplicemente continuiamo la conversazione.

Ma a parte questi rarissimi casi, al telefono sono un disastro.

Preferisco le email. Mentre scrivo posso divagare, essere prolissa e perdermi nei miei racconti, oppure essere essenziale e concisa. Posso essere quella che voglio, senza pressioni di sorta. Il destinatario dell’email, potrà, a seconda dei casi, decidere di farsi annoiare e leggere tutto in una sessione, tenersi dei frammenti da rileggere altre volte, saltare interi brani per arrivare al sodo, oppure leggere le mie due righe (nel caso io abbia deciso di essere sintetica) e pensare che avrei anche potuto investire più tempo per scrivergli un’email, visto che non ci vediamo da anni. Insomma, la comunicazione è un problema (sarà per questo che il numero dei miei amici si puo contare sulla punta delle dita?)

È per questo che in ottobre vado a Londra. E devo scrivere la preannunciata email allo zio W, nella quale ci autoinvitiamo ufficialmente a casa dei ragazzi. Vado a Londra perché ho voglia di rivedere quelle poche persone che vorrei non aver dovuto lasciare. Vado a Londra per poter avere delle belle conversazioni con loro, senza l’imbarazzo di un telefono. Vado a Londra perche ieri sera quando lo zio W mi ha detto che erano seduti in giardino a bere vino, io sono riuscita a vederli, come se non me ne fossi mai andata. (E vado a Londra naturalmente anche per fare shopping, per rivedere la mia città e i miei luoghi preferiti. Ma questo discorso merita un altro articolo).

Mi spiace, ma chi mi conosce, chi mi ha voluto conoscere in questi anni, lo sa. Sa che non so prendere in mano un telefono e digitare il numero. Sa che non mi verrebbe naturale chiedere “come va?”. Sa che preferisco aspettare un intero anno e poi prendere un aereo per andare a sederci in giardino a bere vino tutti insieme.





Famiglie

3 07 2009

Mi sento appesantita dopo il mio viaggio in Italia. Il terzo nel giro di pochi mesi. Non ero abituata a tornare così spesso, ma quest’anno, per un motivo o per un altro, mi vedo costretta a farlo più volte. E come al solito (o più del solito) i luoghi non mi appartengono, la gente che incontro non ascolta o non capisce, e io guardo tutti dall’alto in basso, con il piglio di chi è sicuro di ripartire.
Il secondo incontro con i suoi. Il primo incontro con i miei. Una famiglia atipica la mia. Proprio noi che eravamo così classicamente tradizionalisti, ci ritroviamo oggi con pranzi di Natale in autogrill e cene di benvenuto divise in più sessioni. E nemmeno questa volta le comunicazioni sono state facili, fluide e serene.

L’unico personaggio “sereno” è il daddy. Che strano vederlo in questo ruolo fragile e sorridente, incapace di innervosirsi, di esprimere un’opinione discordante, di reagire con il suo carattere fermo di capofamiglia all’antica. Fa quasi male vederlo così tranquillo; sembra una finzione messa in atto solo per fare arrabbiare quanti lo hanno conosciuto prima. Chiuso in un mondo tutto suo, in questa condizione di accettazione/rassegnazione.

Un motivo (il motivo) per cui sono tornata in Italia stavolta è che un’altra famiglia si è ufficialmente formata. Due persone hanno deciso di dire al mondo che vogliono esserci uno per l’altra, per sempre. E durante la cerimonia ho pianto. E ho pianto anche raccontandolo al neo-marito la domenica a pranzo. Sono una donnicciuola e certe cose mi commuovono. Sembra una cosa inutile e infantile, ma mi piacerebbe vivere tale avvenimento.
Ma intorno a noi c’erano molte altre famiglie, molti bambini, e adulti che dimenticano di essere individui dotati di cervello e senso critico, per diventare solamente i “genitori dell’ora del lupo”.

Alti e bassi. Incontri desiderati e piacevoli, altri obbligati ma felicemente evitabili.
Soprattutto, però, è stata una buona pausa da passare con lui. Dopo le miei tensioni emozionali degli ultimi tempi, questi quattro giorni passati insieme in ambienti sconosciuti o terribilmente familiari, mi hanno fatto bene. Mi hanno ricaricato ed aiutato a soppesare le situazioni in modo diverso.

La diva:

La diva





Esistenzialismo spicciolo da domenica pomeriggio

18 02 2009

Sono su un treno diretto a Torino. Scenderò tra circa un’ora nella stazione di Santhià ed è tempo di riflessioni. Riflessioni spicciole, inconcludenti ma dai toni densi.
Ieri ho conosciuto una signora di 90 anni. Una persona di quelle sagge, che hanno visto tanto, hanno saputo ascoltare e parlare al momento guisto ponderando le parole. Una persona da cui c’è solo da imparare. Imparare anche a fare il caffè. Ascoltandola ti rendi conto della saggezza derivata dall’esperienza e dalla riflessione. Di sicuro avrà vissuto esperienze belle e altre poco piacevoli e dolorose, ma ha saputo far tesoro di tutto. E una persona così non si inganna. Puoi andare a presentarti con qualunque vestito, tanto è l’anima quella che riesce a vedere di te.
Mentre la guardavo e l’ascoltavo raccontare delle sue personali miscele di caffè mi sono messa a pensare ai miei 27 (quasi 28) anni e al fatto che, se arrivassi alla sua età, allora questo sarebbe solo il primo terzo della mia vita. Mi sembra di non aver fatto abbastanza, di non aver imparato abbastanza. E non riesco ad immaginarmi a 90 anni come lei. Se penso allo scorrere del tempo non ho scampo. Cado sempre in una spirale di pensieri che mi imprigionano nella domanda “Che senso ha?”. So benissimo che non c’è risposta e neppure rimedio per non chiederselo e non ha molto senso perdere tempo pensandoci o affliggendosi.
Non ho un sogno da realizzare, non ho pregetti per il futuro, vorrei solo essere soddisfatta. E forse la tristezza e le malinconie del momento sono solo briciole, ombre necessarie a dare spessore all’intero disegno. Mi piacerebbe molto che qualcuno ascoltandomi mi guardasse con ammirazione e rispetto come io guardavo la nonna ieri sera e sarebbe troppo forse chiedere di essere in grado di insegnare qualcosa, senza arroganza né presunzione, solo con la sincerità negli occhi.





Breakfast at IKEA (Una vita “fai da te”)

10 07 2008

Sono a BCN.
Il viaggio simil-odissea è stato alquanto “pesante”: sono arrivata in terra catalana con la bellezza di circa 70 Kg di bagagli distribuiti in 3 valigie + borsa del computer.

Venerdì ho salutato i pochi amici rimasti in città con una splendida serata a base di pizza, risate, abbracci, foto, birra e limoncello.

Poi è arrivato il giorno dei bagagli e io sono entrata in crisi mentre preparavo la prima valigia. Al che faccio lo sguardo da cerbiatta smarrita e chiamo “l’amico di BCN” dicendo: “Aiuto!! Non ci sta un cazzo!!”. E a questo punto lui si è trasformato da supereroe (senza però nessuna tutina imbarazzante) e, impacchettando cautamente tutta la mia roba, l’ha stipata ordinatamente nelle valigie (anche grazie alla bellissima valigia extra acquistata all’ultimo minuto da argos) salvandomi così dall’imminente – ed altrimenti inevitabile – tracollo fisico e psicologico. È dura ammetterlo, però forse, ad un certo punto, abbiamo bisogno tutti di essere salvati da un inaspettato supereroe.

Valigie fate e lacrime versate, sabato sera usciamo per “l’ultima cena”. Destinazione Taro. In Soho. Old Compton Street. Ora, chi conosce un pochino Londra avrà già fatto il collegamento con ciò che sto per scrivere. Bene, noi invece, presi dalla varie faccende domestiche abbiamo completamente ignorato il gay pride e ci siamo finiti in mezzo!! Così dopo un’ottima cena giapponese, ci siamo uniti ai festeggiamenti nelle vie di Soho transennate e stra-piene di uomini semi-ignudi e festanti. Inutile dire che non mi si cagava di striscio, mentre “l’amico di BCN” veniva preso amichevolmente di mira. Ho continuato a tenerlo per mano per paura che fosse inglobato dal mare colorato. Ci voleva questa ciliegina sulla torta per salutare quella che per 3 anni è stata la mia città: bella, bellissima Londra, libera e frizzante. Bisognerebbe andarci a vivere, non lasciarla…

Domenica abbiamo trascinato le valigie fino alla fermata del tram, sotto l’immancabile pioggia inglese e siamo partiti con British Airways (che fa figo!). All’arrivo ci ha accolto l’estate e una breve corsa in taxi fino “a casa”. Il tutto in un atmosfera surreale. E la sera a cena a guardare la finale di tennis in tv e pensare con le lacrime agli occhi che fino a poche ore prima vivevo proprio in quella zona della città. Ma guarda caso ha vinto Nadal, e visto che ora sono spagnola di adozione, si è festeggiato.

In questi giorni mi sto lentamente abituando ad un altro clima, ad altri ritmi, ad altri spazi. Con le mie cose nell’armadio ma ancora impacchettate, pronte per il prossimo trasloco (spero a fine mese).

È dura doversi riabituare a spazi che non sono miei, essere ospiti, vedere i miei libri ammassati in un armadio. Almeno sono arrivati DVD, anche se manca ancora una scatola…

Ma la cosa stupenda è che “l’amico di BCN” si comporta da marito ideale. Capisce le mie tristezze, le mie difficoltà e il mio nervosismo. Si preoccupa, si prende cura di me, mi vizia anche troppo. È così gentile che a volte mi sento a disagio. Non sono davvero abituata ad essere trattata così. È tutto nuovo, tutto da scoprire, tutto da imparare. Ed essere qui e poterlo vedere sorridere mentre lavora “alle sue cose” mi aiuta a capire chi è e a stargli ancora più vicino.

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Tanto per citare una nota pubblicità:

  • volo per Barcellona per due persone: £120

  • valigia extra di argos: £12.49

  • stare bene (con lui): PRICELESS

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Because maybe
you’re gonna be the one that saves me…

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Di corsa verso l’estate

19 06 2008

Sembra che tutto si stia sistemando. Tutte le questioni aperte stanno occupando ordinatamente i loro spazi. Io riacquisto una respirazione normale ed abbozzo un sorriso.
L’ultimo giorno di lavoro (salvo regali inattesi) sarà il 27. In quella data riceverò anche il famoso redundancy package che andrà a costituire il fondo “Velvet va a Barcellona senza lavoro”. Non è molto, ma decisamente aiuta. Già mi vedo a comprare l’iPod e le cosine per la casa, altro che formichina razionale! A proposito di casa, l’amico di Barcellona si è attivato da settimane nella ricerca di una reggia per noi due – monolocale/bilocale se proprio siamo fortunati – e forse abbiamo trovato qualcosa che sia in una zona carina, che non abbia l’ingresso angosciante, che non sia in una viuzza oscura, che abbia una metropolitana facilmente raggiungibile, che non sia 10m². E sembrerebbe addirittura che se non dovessimo prendere questo appartamento, avremmo già una sistemazione di emergenza. Insomma, in un modo o nell’altro avrò un tetto sulla testa.
Plus, abbiamo già trovato un sostituto che affitti la mia camera di Londra, così la padrona non potrà farmi storie per la restituzione della caparra e menate varie. In più il giovane sarebbe anche disposto a tenersi i miei mobili, dietro corrispettivo economico.
Il percorso sembra in discesa e il tempo scorre rapidissimo. Sono felice ed elettrizzata per il cambiamento, ma mi deprimo se penso che partire ora è un po’ come buttare nel cesso quello che ho costruito in tre anni. Soprattutto per quanto riguarda la carriera lavorativa. Ma svegliarmi con lui, aprire la finestra e sentire il profumo dell’estate, mangiare tapas, vivere ad un ritmo diverso, coltivare delle relazioni umane a cui tengo molto, migliorare una lingua ed impararne una nuova, conoscere luoghi-persone-abitudini diverse, condividere i pensieri e gli spazi, tutto questo vale molto di più.
E se ora dico che tutto andrà bene lo credo davvero.





Note di un weekend italiano

17 06 2008

Sono appena tornata da un weekend in Italia e ovviamente sono felice di essere qui. Come al solito depressioni e delusioni varie, sotto la pioggia, nel freddo di un’estate milanese latitante. Riassumo di seguito l’esperienza, in poche note appuntate in questi giorni in diversi momenti.

 

E dopo sei mesi sono tornata in Italia. Con un volo in ritardo e pieno di milanesi fighetti, di quelli che conta solo l’apparenza pacchiana. Sarà che è venerdì 13 e stamattina ho vinto giocando a shark col capo, quindi ho già esaurito il mio bonus di fortuna. Atterraggio a Malpensa tra lampi, tuoni e scrosci di pioggia. E la depressione mi assale. Quando arrivo a casa di mio padre ho già il mio cappottino viscido di schifo addosso. Per non parlare dell’accoglienza a casa. Che differenza con il mio arrivo a Barcellona venerdì scorso! Qui non ho nemmeno più uno spazio mio, in quella che continuano a chiamare “la mia camera”.

Scrivo un post dopo settimane. Finalmente in grado di fermarmi e respirare. Ma non vorrei proprio stare ferma qui. Sono stanca ma non è il momento di mollare. Soprattutto non in questi giorni in cui sono ospite qui.

Mi ha fatto quasi tenerezza mio padre. Invecchiato, fisicamente e mentalmente. Sembra quasi un bambino, capriccioso, incostante, ingenuo. E mi fa male sentire il tono con cui gli parlano. Ma forse io farei lo stesso se fossi qui. Probabilmente ho fatto lo stesso, è solo che ora vedo tutto sotto un’altra ottica. E negli ultimi mesi sono cambiate un sacco di cose e sono cambiata anch’io. Ci sono molte più cose che non tollero, ma che riesco a “gestire” trovando risorse che non pensavo di avere. Chissà che effetto mi faranno i prossimi giorni in quest’Italia berlusconiana, in questa Padania sempre più leghista, in questa pseudo-famiglia sempre più arretrata e chiusa.

Il mio mondo è a mille miglia di distanza.

 

Ho ritrovato un libro che ho letto nel luglio del 2000. Come dice la data nell’interno della copertina. È un libro di brani scritti da Hermann Hesse, dal titolo “Il piacere dell’ozio”. Ho sottolineato varie parti in cui, oggi come allora, mi riconosco:

 

Per noi la personalità non è un lusso, ma una necessità esistenziale, ossigeno, capitale irrinunciabile.

(da L’arte dell’ozio – 1904)

 

Oggi ho incontrato alcuni parenti e ho passeggiato per negozi in questo sabato quasi estivo. E stavo male. Stavo male nel vedere come sia diverso il mio mondo rispetto a questo. Stavo male perché sentivo di non appartenervi, ma allo stesso tempo sono cosciente che un legame qui rimarrà. Fosse anche solo il ricordo o la vista dei suoi vestiti nell’armadio e le lacrime agli occhi.

Mi irrita dover parlare con un certo tipo di persone (e mi rendo conto di quanto possa suonare snob questa frase), ma davvero non mi voglio irritare per gli sguardi di disapprovazione che mi regalano, quindi preferisco evitare.

Ho trovato la mia pace nei miei pensieri. Anche tra 1000 difficoltà. E respiro pensando che me ne andrò.

 

La verità non invecchia, è sempre e ovunque verità, sia che si predichi in un deserto, sia che si canti in una poesia o che si stampi su un giornale.

(da A Natale – 1907)

 

Come dicono i Vincent Vega:

 

“La verità è la verità”

 

Avrei voluto fare mille cose e incontrare mille persone, ma non c’era tempo e volevo anche rilassarmi un po’. Sono contenta di aver passato una bella mattinata a chiacchierare con un’amica che non vedevo da un anno e che un anno fa stava parecchio male. Mi ha fatto piacere vederla sorridere e raccontare della sua vita con un’aria decisamente più serena. Abbiamo fatto colazione in un bar vicino all’università, come ai vecchi tempi quando si andava a far colazione rimandando a tempo indefinito il programma di studio.

Che strano e triste camminare per Milano da sola. Nemmeno nei negozi conosciuti mi sono sentita a casa e non ho nemmeno avuto voglia di vedere davvero la città, ma mi sono infilata in una metropolitana poco costosa e poco frequente.

 

Ora sono in ufficio, per quella che forse è l’ultima settimana. Nei prossimi giorni infatti ci faranno sapere se è necessario venire in ufficio fino al 30 o possiamo smettere prima di lavorare.

E poi prenoto un biglietto di sola andata per Barcellona.

 

 

Il concerto

 

Sibilano i violini acuti e teneri,

si lamenta dal profondo il corno,

luccicano le dame variopinte e ricche

sotto lo scintillio delle luci.

 

Chiudo i miei occhi in silenzio,

vedo un albero nella neve

sta da solo e ha ciò che vuole,

la sua felicità, la sua propria pena.

 

Angosciato lascio la sala

e dietro di me si perde il rumore

fra piacere e tormento

e senza slancio.

 

Cerco il mio albero nella neve,

vorrei avere ciò che lui ha,

la mia propria felicità, la mia propria pena,

queste saziano l’anima.

 

Hermann Hesse

 

 

 





Questo paese mi mancherà

3 06 2008


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Sosta in autogrill – Scozia aprile 2007





Notes from a (cold) Sunday morning

20 04 2008

“I want to have the utopian combination of security and freedom, and emotionally I need to be completely absorbed in some work or in a man I love. I think the first is to take or make freedom, which will give me the opportunity to become concentrated again and just hope that some sort of security follows and even if it doesn’t the struggle will keep me awake and alive.”

Lee Miller

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Non vedo l’ora di partire. Voglio spremere il più possibile questa città e poi andarmene sorridendo. Tre anni fa mi sono laureata e dopo due settimane ho messo un po’ di cose in valigia e sono venuta qui. Inseguendo la persona che amavo. Con pochi sogni – quasi nessuno a dire la verità – ma tanta voglia di fuggire via, di cambiare. Tra qualche mese rimetto le cose in valigia e riparto, ancora una volta inseguendo una persona che amo. Mi chiedo se stia sbagliando. Riassunto in due parole risulta un patetico tentativo di adeguarmi alle necessità altrui, come se fossi sempre io a dovermi piegare. Triste.
Poi leggo le parole di Lee Miller e non posso fare a meno di ritrovarmici. Stare qui senza poter fare il lavoro che mi piace, senza quelle poche relazioni interpersonali che mi sono costruita negli ultimi tempi, significherebbe obbligarmi ad essere triste e malinconica. Non so ancora che lavoro troverò a Barcellona, non so ancora dove abiterò, ma il pensiero di provare ad essere felice mi basta per fare i bagagli. Risulto debole e patetica perché scelgo le mie destinazioni in base al cuore? Può darsi. Ma mi piace pensare che il fatto che la destinazione sia prefissata rappresenti solo un’occasione che mi viene offerta per esplorare, per cercare un senso di “libertà e sicurezza”, per trovare continui stimoli che mi aiutino a capire cosa c’è qua dentro.
E se tutto questo non bastasse a convincermi che ho degli ottimi motivi per partire, mi basta dare un’occhiata alle previsioni del tempo per trovare una risposta.





Esco a prendere una boccata d’aria

6 03 2008

Domani riparto.
Stasera metto un po’ di cose/preoccupazioni/emozioni in valigia e ne lascio molte atre qui.
La vacanza pianificata da un mesetto è stata allungata, visti i recenti problemi al lavoro, e sarò di ritorno nella mia tanto amata quanto grigia Londra domenica 16. Facendo due calcoli approssimativi, resto a Barcellona ben 9 giorni. E ne ho bisogno davvero. Ne abbiamo bisogno tutti e due.
Staccheremo la spina dei pensieri pesanti che affollano le nostri menti, altri li alleggeriremo condividendoli, altri saranno sempre pesantissimi, anche se divisi in due.

Una boccata d’aria pura nei miei polmoni affaticati.
E so già che troppo ossigeno inatteso mi darà alla testa. Sarò euforica e leggera. Chiuderò la razionalità in un angolo e me ne starò tra le nuvole.
Tra le nuvole, come la prima volta che ha detto di amarmi, in volo, da qualche parte sopra la Francia. E io sono rimasta senza parole, con un emorme sorriso e le lacrime agli occhi. Come mi capita ogni volta che ci ripenso.

Ma poi tornerò qui e mi deprimerò e scriverò dei post bellissimi. Perchè quando sono depressa do il meglio di me in quanto a scrittura…
Ecco che come sempre sto già visualizzando la fine della vacanza anche se non sono ancora partita.

Magari tra qualche mese Barcellona non sarà solo una seconda casa ideale, ma l’unica casa che avrò. Il pensiero mi spaventa e mi fa girar la testa, preferisco rimandarlo per ora. Anche se l’altra sera durante una telefonata ho sentito la mia stessa voce pronunciare una frase a dir poco interessante:

“La curiosità e la voglia di provare sono più forti della paura di fallire”





ABC… (ovvero: “Velvet è tornata”)

16 11 2007

- abbracci

- aerei presi

- aereo perso

- All Star

- Bach e Satie

- bizzarra famiglia multiculturale

- bring me back the 80s

- cinema

- Calvin Klein

- emozioni tatuate sulla pelle

- film

- fotografare sensazioni

- Freitag

- Gaudì

- lacrime e sorrisi e baci

- MACBA e Pasolini

- mani

- musica (4Gb di MP3)

- pagine bianche da riempire, ritagli colorati per raccontare

- parlare di arte ai tavolini di un bar

- parlare di sé seduti per ore su un letto

- persone evidenziate Vs. sagome bidimensionali

- poesie/foto/disegni/quadri/musica

- Ray-Ban

- ricordi vecchi e nuovi

- sedia verde dell’IKEA

- smalto nero

- sole e mare

- tapas e vino rosso

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E tante altre cose che ora non riesco a scrivere…