Perline colorate

9 07 2009

Prima di leggere i racconti di Miranda July è bene accantonare le domande e i preconcetti di genere ed assorbire le situazioni, gli ambienti, i gesti. Le vere e significative domande scaturiranno dopo.

L’assurdo della realtà quotidiana emerge a tinte forti, l’intimità di un gesto privato diventa il nucleo di una riflessione psicologica. Nei sedici racconti di Tu piu di chiunque altro (titolo originale: No one belongs here more than you. Stories by Miranda July) troviamo persone normali, per questo profondamente uniche. Persone (e non solo personaggi) che sono alla ricerca di qualcosa. Impegnati forse nell’interminabile missione di dare un senso alla propria vita, di fare ordine nel caos e nel caso, di scoprire quel punto di vista nuovo che permette di trovare la soluzione. Si servono di gesti comuni, quotidiani, dando nuovo peso alle parole, nuova profondità alle relazioni.

Il filo conduttore è forse un concetto di spiritualità che i personaggi avvertono in modi e misure diverse e che li guida, spesso a livello inconscio, a compiere una scelta piuttosto che un’altra.

Le donne di questi racconti sono sole, forti e fragili allo stesso tempo, con un gran bisogno di raccontarsi, anche se fosse solo parlare con se stesse di un nuovo paio di scarpe. E nemmeno un nuovo paio di scarpe è solo un paio di scarpe, poiché acquista, tra la parole di Miranda, il peso di una nuova vita.

Sono racconti “freschi”, in quanto parlano di frammenti di quotidianità. Ma tra le righe si fa spazio un mondo molto più denso, che carica di significato ogni gesto, ogni sguardo. Lo humor attutisce, e allo stesso tempo evidenzia, gli elementi psicologicamente più complessi e in questo senso le parole sono sempre ponderate, mai sprecate.

Deve Eggers ha detto dell’autrice che è una delle voci narrative più originali apparse in tanti anni. Senza dubbio la sua scrittura è genuina e concreta, tutt’altro che pretenziosa. Parla un linguaggio accessibile ma non scontato. Una lettura rapida, che però lascia molto su cui riflettere.





Sweet November

18 06 2009

20 novembre, Barcelona, Palau Sant Jordi: Depeche Mode

27 novembre, Badalona, Pavelló Olímpic: MUSE

I can’t wait!





Correndo con Murakami

12 04 2009

Qualche settimana fa Haruki Murakami stava correndo sul lungomare della Barceloneta. Il quartiere dove abito io. Era stato invitato in città dalla casa editrice Tusquets, che pubblica i suoi romanzi in castellano. Uno dei miei autori preferiti si trovava a poche centinaia di metri da casa mia e io non lo sapevo.
Pochi giorni prima di leggere l’intervista pubblicata sull’inserto domenicale del Periodico, avevo visto un poster con le edizioni spagnole dei romanzi di Murakami e avevo detto all’amico di Barcellona che mi sarebbe piaciuto molto assistere ad una conferenza, se solo Murakami fosse venuto a Barcellona. In realtà c’era stato, ed era già ripartito.
Di lui si dice che sia il miglior romanziere vivente. Ma anche che si tratta di un uomo semplice, ordinato e metodico. Si sveglia alle 4 ogni mattina e si mette a scrivere. Gli servono tranquillità ed equilibrio per poter discendere nelle oscurità del subconscio e poterne risalire portandosi con sé gli elementi delle storie che scrive. I personaggi dei suoi romanzi appaiono come persone qualunque, ma con una sensibilità fuori dal comune. Persone che fanno parte della società, ma allo stesso tempo per certi aspetti ne sono ai margini. Sono persone sole, persone che varie ragioni si rifugiano nei sogni. Murakami sostiene che per lui scrivere è come sognare e i suoi romanzi sono dei mondi che possono avvolgere il lettore, ma anche pericolosamente trascinarlo nel vortice dell’introspezione.
Quando la gente gli chiede spiegazioni su cosa volesse dire in alcuni passaggi delle sue opere, la risposta che dà l’autore è molto semplice. Voleva dire esattamente quello che ha scritto. Non ci sono altre parole per dirlo, se avesse voluto dirlo in altro modo, l’avrebbe fatto. (Ha fatto un’eccezione a questa sua avversione alle spiegazioni solo per il romanzo After Dark, rispondendo on line a migliaia di domande dei lettori). In questo modo ognuno è libero di cogliere i significati che più sente vicini. I temi che colgo nei suoi romanzi sono la solitudine, la forza delle parole e la difficoltà di comunicazione, la continua ricerca di un equilibri personale al di fuori dello schema imposto dalla società. Credo che il bisogno di Murakami di avere una giornata metodica e ben organizzata, sia fondamentale nella sua ricerca di equlibrio, non potendo trovare un posto per sé nello schema sociale. Come sostiene lui stesso: “In Giappone ci sono critici che mi considerano una specie di nemico pubblico. Le mie storie sono molto diverse dalla letteratura tradizionale giapponese e ci sono dei critici a cui ciò non sta bene”*.
Ho letto vari articoli ed interviste a Murakami, da parte di giornalisti e traduttori e mi affascina sia lo scrittore che l’uomo. Questo sessant’enne, che dimostra almeno 10/15 anni in meno, che parla poco, intervallando le parole con lunghe pause, che si sveglia presto la mattina e gli piace stirare, che è una delle voci più importanti della cultura contemporanea, ma adora circondarsi di semplicità. Isabel Coixet (una regista che mi piace molto) lo ha incontrato a Tokio e nel suo reportage scrive:
“… siamo arrivati ad un edificio di quattro piani, in una via tranquilla, e al secondo piano una donna dai capelli corti mi apre la porta e mi guida in una stana spartana, con una finestra che dà su un parcheggio con alcuni alberi secchi. Mi offre del tè. Sorseggiandolo finché si raffreddi, guardando il tavolo, il computer, dei DVD senza custodia, mi rendo conto che si tratta della stanza dello scrittore che ammiro. Vedo una cartolina di un elefante, un disco di Chet Baker. Dopo qualche minuto entra nella stanza, mi stringe la mano, balbetta una presentazione e ci sediamo. [...] È una persona estremamente umile. Forse il più umile dei geni. E per me, questa umiltà lo rende ancor più grande: parla dei suoi romanzi come ‘illuminazioni’, come racconti che giungono a lui e tutto ciò che deve fare è trascriverli.”**
Mi piacciono molto i suoi romanzi, tanto che li ho letti quasi tutti. Per lo meno ho letto tutto quello che è stato tradotto in inglese. Credo che mi manchino solo i primi due romanzi e dei racconti che sono stati pubblicati solo in giapponese. Mi sono abituata a leggerlo in inglse quando mi sono trasferita a Londra ed ora ho la mia bella collezione della Vintage. Il mio preferito è Hard boiled wonderland and the end of the world (La fine del mondo e il paese delle meraviglie), nel quale non solo crea un mondo nel quale mi posso immergere e perdere, bensì due. Due piani ben distinti, come realtà e sogno, se arrivano ad intersacarsi al punto di abbattere le barriere tra i due mondi.
È questo che mi aspetto da un buon romanzo, che mi faccia pensare e immaginare, che mi aiuti a trovare le parole per descrivere i miei sogni, i miei pensieri. Adoro leggere romanzi, perché mi piace sfogliare tante pagine, mi piacciono tante parole quando sono usate bene e non sono ridondanti. Quando inizio a leggere un romanzo, so che la lettura mi accompagnerà per giorni e mi ci affeziono. Non solo ai personaggi, ma alle parole stesse. Allo stesso tempo, però, ho bisogno di divorare i libri, perché il tempo scorre e non riuscirò mai a leggere tutto quello che desidero. Ho scoperto di condividere questa paura dello scorrere del tempo proprio con Murakami, anche se dal punto di vista dello scrittore:

Come scrittore, c’è qualcosa di cui ha paura?
Ho paura della mancanza di tempo, del futuro.  [...] Il tempo che mi rimane si fa di giorno in giorno più breve e non so quanti libri riuscirò ancora a scrivere. È un problema: ho ancora tante cose da scrivere e i miei anni sono limitati!*

Non vedo l’ora che venga tradotto il suo ultimo romanzo, 1Q84, ma so che dovrò aspettare perché è appena stato consegnato all’editore giapponese. Nel frattempo mi metterò in pari con i racconti (devo ancora leggere la raccolta Blind Willow, Sleeping Woman) e leggerò anche What I talk about when I talk about running, una riflessione sull’influenza dello sport – la corsa in particolare – sulla sua vita e sulla sua scrittura.

Gli auguro di correre ancora migliaia e migliaia di chilometri e di scrivere migliaia e migliaia di splendide parole.

Tesoro

No matter how far you travel, you can never get away from yourself. It’s like your shadow. It follows you everywhere.
“UFO in Kushiro”, after the quake, Vintage, 2003, pag. 10.

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*T.d.A. Intervista di Gaspar Hernández “Escribo y corro para estar solo”, Domenical,  numero 342, 5 aprile 2009, pagg. 22-28.

**T.d.A. Isabel Coixet, “Haciendo desaparecer al elefante”, Domenical,  numero 342, 5 aprile 2009, pagg. 26-27.





I ritagli di Rabascall

1 04 2009

Definire il concetto di arte. Definire il concetto di cultura. Definere il concetto di bellezza.
Quando un oggetto di uso comune diventa opera d’arte?
Perché i ritagli dei giornali che teniamo raccolti in scatole polverose o in album sgualciti sembrano più gli appunti di un folle che un’opera degna di essere esposta in un museo?
In che misura la diffusione delle informazioni e la facilità di accedere alla cultura aiuta effettivamente a diffondere e sviluppare la cultura? E in che modo, invece, questa continua informazione agisce in senso contrario, appiattendo le opinioni ed impedendo la formazione di un gusto personale?
Mi piacerebbe sapere se qunado Rabascall ha iniziato a comporre i primi collage veniva considerato un artista. Lui sicuramente era consapevole di creare arte, o per lo meno di provocare una riflessione su come si stava evolvendo la società intorno a lui. E i suoi spunti di riflessione non potrebbero essere più attuali.
Qualche mese fa qui a Barcellona si è tenuto il festival internazionale di arte contemporanea il cui tema per il 2008 era la posizione dell’individuo nei confronti delle imposizioni dell’attuale società del consumo. Il tema è stato presentato come estremamente innovativo e vari artisti che operano in città hanno presentato delle opere considerate all’avanguardia, quando invece sembrano delle banali idee da ragazzini in confronto alla forza di alcune opere che Rabascall ha composto 40 anni fa.
Nei suoi collage sono già presenti concetti come la strumentalizzazione delle immegini da parte dei mezzi di comunicazione, la pubblicità degli oggetti di consumo venduta come immagine dell’intera società, la difficoltà dell’individuo di ricercare la verità. Il tutto viene espresso con toni polemici, quasi violenti, nella frammentazione e giustapposizione delle immagini. Altri concetti che emergono dalle opere esposte nella mostra in corso al MACBA, sono la vanità e la mancanza di contenuti concreti di molti discorsi a prosito di arte e politica, e la variazione di una realtà oggettiva a seconda dei punti di vista, delle proprie esperienze e dell’influenza dei mezzi di comunicazione di massa.
Punti di vista, quindi. Questa potrebbe essere la risposta a diversi questioni umane e morali. In che modo con le nostre scelte collaboriamo alla formazione di una memoria storica, quando noi stessi sembriamo inseriti in una storia già scritta, già prevista? I mezzi di comunicazione ci propongono delle situazioni alle quali possiamo aderire oppure reagire. Ma le due scelte non sono entrambe già previste nel momento in cui si formula una nuova proposta?
Ed è qui che entra in gioco l’arte. Dall’arte si può esigere il compito di produrre “il bello” (anche se i limiti in cui inserire la definizione di bello sono molto labili), di esprimere la profondità dell’animo umano, ma anche il compito di provocare. Di gridarci nelle orecchie, di aprirci gli occhi, di stimolarci a pensare, ad evolverci, a sperimentare. Non per creare una “massa alternativa”, che reagisce alle proposte consumistiche della società solo perché è ciò che ci si aspetta da lei, bensì per dimostrare che quando le idee sono valide e coraggiose possono irrompere tra i frammenti della cultura imposta.





Incertezze e ritmi pop

21 01 2009

LA CONFIRMACIÓN
dal 24/10/2008 al 04/01/2009
Centre d’Art Santa Mònica
Barcelona

L’ingresso è buio. Si riesce a stento a leggere il cartello con la freccia che indica l’inizio dell’esposizione. Un progetto che si snoda attraverso diversi scenari, riconducibili a scene di vita quotidiana, che lo spettatore è chiamato ad osservare muovendosi all’interno degli scenari stessi, fino a giungere alla sala finale dove viene proiettato un video girato sul posto. Rivisitando gli scenari del video, lo spettatore si fa in qualche modo attore e può avvicinarsi maggiormente alle situazioni e alle tematiche presenti nell’opera. Di fatto, La confirmación rappresenta il viaggio iniziatico di un giovane che si trova a dover compiere delle scelte per superare determinate situazioni personali. Si va dal rapporto con la famiglia, al lavoro, gli amici, la sessualità e la scoperta di sé, fino all’ultimo scenario, l’incontro con la morte. Pur comprendendo scenari quotidiani, l’installazione è disseminata di elementi inquietanti che inducono lo spettatore a riflettere e a porsi domande sulla realtà stessa e, di conseguenza, sul senso della vita e sul significato dei gesti quotidiani. Il video che viene proiettato alla fine del percorso è un inno dai toni pop nel quale si vede il giovane protagonista affrontare le tappe del viaggio, che vengono spiegate con una canzone nella quale è possibile ritrovare la chiave di lettura dell’opera. Il messaggio che emerge da quest’opera di David Bestué e Marc Vives è che viviamo in un mondo ricco di incertezze, nel quale è impossibile identificare una realtà assoluta. Da una parte siamo chiamati a compiere un perscorso, fare delle scelte che determinano delle conseguenze e dall’altra ci troviamo in situazioni che non abbiamo scelto o previsto. Un argomento decisamente non originale, ma molto ben argomentato e rappresentato in maniera “fresca” e con una buona dose di umorismo che certamente non guasta. Non mancano neppure citazioni culturali – come il monolito di 2001 Odissea nello spazio o Arcimboldo – che arricchiscono la narrativa dell’opera. Concludendo, l’opera dei due artisti barcellonesi parte da un approccio ingenuo a situazioni comuni, ma induce in seguito ad interrogarsi ad un livello decisamente più profondo, senza negare un po’ di spazio alla leggerezza e ad una risata.

“la vida es una canción
el espacio le da ritmo al tiempo
aprende a bailar sin suelo firme,
sin confirmación”





Vernissage (diamoci un tono!)

7 12 2008

Martedì sera è stata la mia prima volta.
La prima volta che sono andata all’inaugurazione di una mostra, e la prima mostra in cui espone qualcuno che conosco. E non una mostra qualunque, bensì un festival internazionale che si tiene questo mese al CCCB di Barcellona. L’amico di Barcellona è tra gli artisti selezionati per l’esposizione.
(Cliccare link a lato, please. Thanks!)
C’era un sacco di gente, molta più di quanta immaginassimo, tanto che era praticamente impossibile vedere tutte le opere esposte. Ci
ò non mi ha impedito di girare per le sale gremite di gente snocciolando i miei commenti snob sulla dubbia qualità di molte opere e sulla mancanza di originalità di altre.
Ero terribilmente orgogliosa di stare accanto al mio uomo, così orgogliosa di lui, di quello che ha fatto e della splendida persona che è e mi sentivo davvero stra-figa al suo fianco.
Nessun volto noto (non ho nemmeno riconosciuto Bimba Bosè), ma un sacco di volti. Mentre lo spingevo a fare foto con gli organizzatori, mi sentivo un po’ first lady e mi godevo il mio nanosecondo di gloria guardandolo affascinata.
È stata davvero una bella esperienza e una bella emozione, anche per me che ho seguito tutto il processo. Da quella lontana giornata di giugno in cui è arrivata la splendida notizia, fino ad oggi, continuo orgogliosa a dire a tutti che l’amico di BCN espone al CCCB.
Spero davvero che l’evento apra altre porte, che gli dia la possibilità di conoscere la gente giusta, perché il persorso è arduo e faticoso e lui si merita davvero di fare strada. Intanto iniziamo ad andare all’inuagurazione di un’altra mostra (di pittura erotica giapponese) giovedì sera e poi vedremo cosa ci riserva il futuro.





Fotografie di letture / Film di fotografie

31 07 2008

Sgomitando, lamentandomi e sudando parecchio in questa mia prima estate catalana, sto cercando il mio spazio a Barcellona. Ieri è stata davvero una bella giornata iniziata con una telefonata in cui mi è stato offerto un buon lavoro, poi pranzo “in famiglia” e pomeriggio-sera culturale.

Ho “scoperto” un nuovo spazio culturale in Plaça Catalunya e siamo andati a vedere due interessanti mostre fotografiche, di quelle che fanno pensare. Adoro le foto in bianco e nero, hanno una profondità che mi coinvolge particolarmente. Il tema di entrambe le mostre era la lettura. Nella prima sala “Palpant a la paraula” (Palpando la palabra) erano esposte 60 foto scattate in diverse località il cui soggetto era l’universo dei ciechi e la loro esperienza della lettura tattile. Nella seconda sala, con un’illuminazione e un’impostazione discutibili, era esposta una selezione di fotografie di André Kertész dal titolo “L’intim plaer de llegir” (El íntimo placer de leer).

Le belle fotografie erano accompagnate de buona musica e da citazioni di illustri scrittori sul tema della lettura. Come una citazione di Borges che diceva più o meno così:

Alcuni sono orgogliosi di ciò che hanno scritto. Io sono orgoglioso di ciò che ho letto.”

Parole particolarmente significative se si considera che sono state pronunciate da uno dei maggiori scrittori di tutti i tempi.

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Ya sea en un jardín, en un autobús, en un café, en una biblioteca o en un salón, en su terraza o en la cama, en el colegio o en la guerra, de pie, sentado o tumbado, el lector está en otra parte: en otro universo y en un tiempo que no es el presente. Está dentro de su lectura, de sus pensamientos, en lo que aprende, en lo que siente, en otro mundo real o en el de la imaginación.”

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Dopo questo tour nell’affascinante mondo delle fotografie in bianco e nero e della lettura in svariate forme, la serata culturale è proseguita al CCCB (luogo nel quale alcuni “sono ormai di casa”). Conferenza in catalano seguita dalla proiezione del film “Blow Up”, continuando la tematica fotografica del giorno. Il film, che non avevo mai visto, (lo so, lo so, merito tutti gli insulti che state pensando) mi è piaciuto molto ed anche parte della conferenza è stata interessante, per quanto ancora non riesca a capire il catalano al 100%. Ma la serata è stata alquanto pesante, anche perché la conferenza si è protratta per molto più tempo di quanto avessi immaginato e il relatore ha passato la maggior parte del tempo a parlare dei suoi progetti (di dubbio gusto e validità artistica) anziché incentrare il discorso sul film.

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Sono tornata a casa stanca, ma appagata e felice di aver colto alcune delle possibilità culturali che offre Barcellona. Ora l’unica cosa che manca è imparare il catalano…

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PS. Con questo post inauguro una nuova categoria che spero cresca rapidamente. È soprattutto grazie a parentesi di questo tipo che riuscirò a sentirmi davvero a casa.

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Soul Cat

29 01 2008

(Cat Power – live @ Shepherds Bush Empire, 27 Jan 2008)

Donne con una voce che accarezza il cuore
e lacrime negli occhi.
Donne che si muovono feline
nel buio di una notte senza stelle.
Donne di una tristezza incurabile
e di una forza impensabile.
Donne che regalano fiori
e ballano da sole.
Donne che si fanno spogliare
e si lasciano amare.
Donne di una bellezza indescrivibile
estranee ai cliché da copertina.
Donne dallo sguardo fragile
che fanno bolle di sapone su un palco londinese.
Donne con l’amore negli occhi
e una promessa tra le braccia.
Donne che si emozionano
e non ne hanno paura.

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*

Metal heart
(Cat Power)

Losing the star without a sky
Losing the reasons why
You’re losing the calling that you’ve been faking
And I’m not kidding

It’s damned if you don’t and it’s damned if you do
Be true ’cause they’ll lock you up in a sad sad zoo
Oh hidy hidy hidy what you’re tryin to prove
By hidy hidy hiding you’re not worth a thing

Sew your fortunes on a string
And hold them up to light
Blue smoke will take
A very violent flight
And you will be changed
And everything
And you will be in a very sad sad zoo.

I once was lost but now I’m found
I was blind
But now I see you
How selfish of you to believe in the meaning of all the bad dreaming

Metal heart you’re not hiding
Metal heart you’re not worth a thing

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*foto di faber





L’ottimismo…

18 01 2008

Se di Tarkovsky regista so poco, di Tarkovsky fotografo non so proprio nulla. Quindi la gita di oggi è stata dettata dalla curiosità. E le sorprese non sono certo mancate.
Punto primo: la White Space Gallery è sì uno spazio bianco, ma è piccolo e mal illuminato, ricavato all’interno di una chiesa. Dirimpettaio di qualcosa come “il centro per la diffusione della cultura cristiana”. Fatto che mi ha destabilizzato un po’ e ammetto di aver esitato quando ho letto le iscrizioni sulla porta.
Seconda sorpresa: una delle prime foto esposte è il ritratto di Tonino Guerra. Che, mi dispiace dirlo, la mia mente associa più velocemente ad una recente e alquanto fastidiosa pubblicità, che non alle sue doti di scrittore.
Di fatto la mia visita a Bright Bright Day. Polaroids by Andrey Tarkovsky (1979-1984) è stata molto rapida. Lo spazio era davvero poco invitante e le foto non mi hanno interessato più di tanto. Mi hanno colpito però alcuni elementi: la nebbia, le finestre aperte e i vasi con i fiori di campo, il sole che in punta di piedi entra nelle camere da letto deserte nei pomeriggi autunnali. E i colori. Quei colori che solo le polaroid possono avere. Quelle sensazioni che solo le polaroid mi sanno dare. (Dall’assenza di dettagli tecnici, si evince la mia totale mancanza di conoscenze in ambito fotografico).
Ho concluso la breve visita scambiando due parole con la gallerista, una ragazza molto carina, dallo sguardo fragile e l’inglese marcato da un accento continentale.
Mi sono poi buttata in una via che non avevo mai percorso, ritrovandomi in una Londra posh e indaffarata, terribilmente affascinante. Sono passata con un po’ di emozione davanti a Sotheby’s e sono poi entrata in un’altra galleria d’arte, trovata per caso. Una di quelle dove le opere sono esposte per essere vendute, non per essere mostrate e commentate. E mi sono sentita così fuori posto e intimorita. Persino un po’ scontenta di vedere cifre accanto a Picasso, Dalì e Warhol e realizzare che qualcuno comprerà quelle opere e molti altri non le potranno mai vedere. Quanto può valere un’emozione? Ho ringraziato la gallerista (un’altra donna!) e sono fuggita arrossendo.
Ho fatto poi un salto alla libreria europea dove due commesse (tanto per continuare il pomeriggio al femminile) gentili, pazienti e intelligenti, mi hanno aiutato a scegliere un paio di libri in francese.

Mi piacciono questi pomeriggi londinesi. Pomeriggi in cui posso anche accettare un cielo grigio, basta che il vento non sia freddo. Pomeriggi in cui Londra mi aiuta a prendermi cura di me.





Pomeriggio cultural – turistico

13 12 2007

The Art of Lee Miller @ V&A

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Un nome maschile per indicare questa donna dalle mille vite.

She was self-made, si legge su uno dei pannelli all’ingresso. Si è persino scelta il nome.

Ha seguito l’istinto, ha inseguito amori, ha cercato aspirazioni nuove. Ha saputo fotografare la concretezza nel sogno surrealista, come anche la realtà della guerra nell’irrazionalità della mente umana.
I personaggi di Lee Miller non guardano mai (o quasi) nell’obiettivo della macchina fotografica. Assumono pose da sognatori, sguardi che vengono da un mondo lontano e vanno oltre l’orizzonte concreto. Guardano in camera solo quando indossano maschere, come a proteggersi da un mondo che non li potrebbe capire. Diventano rappresentazione indiretta del pensiero. Le donne di Lee Miller sono bellissime, enigmatiche, sensuali nello sguardo o nella posa di una mano. Sono tanto concrete e forti quanto surreali e sfuggenti.
Così come per i soggetti, anche gli oggetti fotografati sono proiezioni di interpretazioni, simboli che rimandano all’oggetto stesso o alle sue trasformazioni. La foto della grande piramide in Egitto non è la foto della piramide in sé, ma della sua ombra riflessa sulla sabbia. E nella foto del King’s College di Londra, dell’edificio appare solo il riflesso in una pozzanghera.
Dalle sue foto traspare sofferenza, desiderio di conoscere, di andare oltre i limiti imposti, di spogliare la verità davanti all’obiettivo e di ri-raccontarla, senza pretese di realismo ma in maniera intima e personale. Spesso l’elemento centrale dell’immagine è fotografato da dietro una finestra o una porta aperta o una grata. Come a simboleggiare lo sforzo e il desiderio nell’atto di guardare oltre. E allo stesso modo “Portrait of Space” è l’immagine di una rete squarciata, sormontata da uno specchio in cui non si riflette nulla, ma dietro la quale si distende una terra sconfinata.

Elizabeth “Lee” Miller (1907 – 1977), una donna davvero straordinaria, che ha tracciato un percorso davvero straordinario. Da soggetto delle foto di moda su American Vogue, a musa e apprendista tra i surrealisti parigini. Da fotografa in ambito pubblicitario, a viaggiatrice in un mondo sull’orlo della catastrofe della seconda guerra mondiale. Fino a diventare uno dei più prolifici corrispondenti durante la seconda guerra mondiale. Con un occhio artistico sempre pronto a cogliere l’attimo, che sia una Remington semi-distrutta abbandonata in una strada londinese durante i bombardamenti, o la vasca da bagno dell’appartamento di Hitler a Monaco.
Ha vissuto mille vite in 70 anni, è stata mille donne diverse e allo stesso tempo mille aspetti di una sola donna, viva, vera, passionale e appassionata.

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