Mal di schiena – Note – Muse

6 10 2009

Seduta sul divano cerco di rilassarmi. Ascolto i brani “Aggiunti di recente” al mio iTunes e mi preparo ai concertoni del mese prossimo. Sorseggio una zuppa di miso bianco.

Stanchezza trascinata fin qui dall’ultimo viaggio in Italia. Come al solito mi sono cibata di esperienze belle e brutte e sono tornata, come sempre, con un bagaglio pesante, carico di sensi di colpa e nuove pressioni. Tutt’ora non sono riuscita a smaltire questo stato di pesantezza, che, anzi, si è andato accumulando conseguentemente all’incredibile mole di lavoro e ai pensieri che mi gonfiano la testa.

Sabato vado a Londra. Sono davvero contenta di rivedere i ragazzi e di fare un giro nell’altra mia città, ma vorrei essere un po’ più energica.

Lo scorso weekend si è aperto in “depression mood”, smaltito (se non curato) a base di pianto, film melenso, smalto rosso e hamburger al chiringuito. La cigliegina sulla torta è senza dubbio stata la serenata cubana regalatami dall’insostituibile amico di Barcellona (dovrei trovargli un altro appellativo. Mi chiedo come suonerebbe se dicessi “il mio maschio”…)

L’ultimo album dei Muse continua a non piacermi. Anche “Uprising”, pur essendo uno dei pochi pezzi che riesco ad ascoltare interamente senza annoiarmi, non mi convince del tutto. “United States of Eurasia” mi ricorda i Queen. E i Queen non mi sono mai piaciuti. Spero almeno che Matt si vesta bene…





La tuttologia

3 09 2009

Ho visto la pubblicità di un nuovo corso a fascicoli per imparare a disegnare manga. È l’ennesima goccia nel mare dei corsi a fascicoli che convincono la gente di poter diventare artisti per il solo fatto di collezionare i mille e uno fascicoli di una raccolta.

Oggi sembra che tutto il mondo sia in grado di fare tutto, e di farlo in maniera eccellente. Basta che una ragazza compaia una volta in tv e in seguito diventerà ballerina, cantante, attrice, scrittrice, a seconda delle proprie conoscenze o dei “casuali incontri professionali” che terrà. Nella migliore (o peggiore) delle ipotesi si crederà capace di rivestire degnamente tutti questi ruoli ed occuperà riviste, programmi tv, scaffali di librerie.

Il discorso non vale solo per personaggi famosi, o presunti tali, “artisti” che si reciclano in ogni campo, in fondo, quello che conta è il nome – e le amicizie. In seguito alla diffusione delle macchine fotografiche digitali, tutti si scoprono fotografi di talento. Oggi è così semplice scattare una foto, modificarla leggermente e darle il taglio giusto perché sia accettabile. Ed è così facile pubblicarla su un sito qualunque per poter poi spacciarsi come fotografi.

Tutti sono artisti, tutti sono fotografi, tutti sono musicisti, psicologi, medici, critici, scrittori. Tutti si sentono in dovere di commentare, dare consigli, esprimere giudizi. Perché l’hanno letto su qualche rivista o sentito in qualche programma tv “informativo”. E poi si finisce per credere di conoscere un paese straniero meglio di chi ci vive, solo perché si è visto in tv chissà quale programma di viaggi.

Ci sono talmente tante informazioni a portata di mano che si corre spesso il rischio di non riuscire più a distinguere le cose che hanno realmente spessore da tutte le nefandezze annacquate che passano sotto gli occhi. Tutti immagazzinano frammenti di “tutto” – che poi si tratta di un tutto relativo e solo la presunzione limita una persona a guardare più in là del proprio naso ­– e recitano arrogantemente la loro parte di tuttologi.

Non si ricoscono più i veri talenti, le persone che hanno qualcosa di veramente interessante da condividere, da quelli che scrivono romanzoni che vendono più di qualunque classico della letteratura. Si assiste ad un appiattimento del gusto e delle opinioni, perché non si stimolano più il senso critico e la sensibilità individuale. Il modello vincente non è quello dell’indivuo curioso che parte dal presupposto di non sapere per poter conoscere, imparare, crescere e condividere (o per lo meno arricchire spiritualmente se stesso). Ora puoi parlare di letteratura solo sei hai letto l’ultima trilogia di qualche scrittore nordico, ma se ti metti a parlare di Dagerman fai il vuoto attorno a te.

“Un cartello di sei metri dice: È tutto intorno a te
Tu ti guardi intorno e invece non c’è niente”

E intanto si rende necessaria una mobilitazione di raccolta firme per la libertà di stampa in Italia. Un paese che – almeno sulla carta – risulta una democrazia, un paese membro dell’Unione Europea, che promuove un’atmosfera da regime dittatoriale. E i tuttologi italiani non si indignano, non se ne rendono nemmeno conto. Hanno saltato le lezioni di storia, ma non si sono persi le ultime foto della letterina in laguna.





Romanticherie

31 08 2009

La settimana inizia all’insegna del romanticismo.

Dopo un weekend in barca, la sciacquetta bionda è tornata in città con le idee chiare: vuole stare con Giordano. Lui le aveva detto di non chiamarlo finché non fosse stata sicura delle sue scelte. Lui avrebbe aspettato, paziente ed innamorato. Sabato sera lei ha preso il telefono e gli ha finalmente parlato. Lui si è precipitato da lei con un enorme mazzo di fiori profumati, come se fosse stata sua la colpa del distacco. Lei, con sguardo colpevole e timidamente innamorato, gli ha sorriso e si è lasciata abbracciare. Un abbraccio infinito che la porterà via per un lungo weekend con destinazione a sorpresa. Lei dice di non meritarsi tanto. Lo ha allontanato e riavvicinato a sua discrezione ed ora lui la ricopre di fiori e di regali. Ah, l’amour!

Che bello iniziare la settimana così! La gioia e l’emozione della bionda hanno coinvolto tutto l’ufficio e già si avanzano ipotesi sul weekend a sopresa.

Un po’ di romanticismo certo non guasta e le sorprese sono sempre gradite, anche quando sono solo le amiche a viverle.





Barcellona in agosto

9 08 2009

Lascio la valigia aperta sul letto e il pavimento ad asciugare ed esco per un’ultima passeggiata in città. Credo di essere l’unica ragazza ad uscire con i jeans lunghi oggi. Fa caldo ma i pochi vestiti estivi che ho sono in valigia.

Passeggiata nel Born ad ammirare i turisti in coda al museo Picasso, che non solo è aperto benché sia domenica, l’ingresso è addirittura gratuito. Continuo la camminata fino alla fine di Carrer Montacada, all’incrocio con Carrer Princesa. Mi soffermo un attimo a guardare le tristi cartoline dei negozietti di souvenire e torno indietro. Lentamente.

Do un’occhiata al bar del museo Textil ma non mi va di fermarmi. Mi sento troppo vulnerabile, sola, tra tanti stranieri (e per stranieri intendo chiunque non abiti in città).

Sulla via del ritorno passo davanti al negozio di scarpe. In vetrina ci sono ancora i sandali che avrei voluto (dovuto?) comprare. Ma è domenica e il negozio è chiuso. Se mi ricordo ci ripasso quando torno dall’Italia.

Scelgo Carrer del Rec per tornare verso la Barceloneta. C’è molta gente seduta ai tavoli fuori dai bar/cocktail bar/lounge bar e le persone “cool” si notano subito: indossano gli occhiali da sole, vestono vintage (o Top Shop/Top Man) e ridono mantendo una posa, mentre il simpatico del gruppo parla male degli italiani.

Ultimamente ho sentito molto spesso parlar male degli italiani. La collega bionda, dopo anni di esperienza come cameriera, è arrivata a dire che i turisti peggiorni sono gli italiani. E l’immagine che hanno qui è, in effetti, abbastanza triste. L’italiano grida, anzichè parlare, cerca di saltare la coda, vuole sempre aver ragione, entra nei locali parlando italiano senza fare nessuno sforzo e pretendendo che tutto il mondo lo capisca e ha un accentaccio esagerato. I ragazzi sono appiccicosi e fanno apprezzamenti volgari, ad alta voce, a qualunque ragazza passi per strada con una gonna o con una scollatura interessante. Le ragazze sono volgari o sono tutte in tiro con la puzza sotto il naso. Questa è l’immagine che hanno di noi, e il più delle volte hanno ragione: la maggior parte degli italiani che ho incontrato qui sono esattamente così. La verità è che non siamo certo tutti così, ma mi sono anche stancata di dirlo. Del resto, quando si parla di Italia con gli stranieri il primo riferimento ad emergere è Berlusconi, seguito dall’idea di italiano mammone e dalla mafia (anche se in realtà quello a cui si riferiscono è la camorra del film tratto dal libro di Saviano). Che triste. Un paese con una storia, una cultura e una tradizione artistica come la nostra, ricordato solo per le sue magagne o per le macchiette simpatiche del bellone o del politico di turno.

Quando dici Italia, nessuno dice Leonardo, Dante, il Rinascimento, Caravaggio, Marconi, Verdi, Pasolini; qualcuno parla di Roma o della Ferrari, ma sono in pochi, e se si cita Verona si finisce a parlare di Romeo e Giulietta. Una cosa terribile che succede spesso qui in Catalunya quando si parla di italiani, è sentirsi dire che Cristoforo Colombo era catalano (secondo alcuni portoghesi, il navigatore genovese era in realtà portoghese…).

Ma nonostante l’immagine negativa degli italiani, quest’anno l’Italia sembra essere una meta vacanziera molto gettonata: solo tra le mie colleghe, ce ne sono 3 che sono state o andranno in Italia quest’anno, il ragazzo di un’altra è stato a Roma qualche settimana fa e qualcun’altro sta pensando di andarci. Che ci sia qualche speranza che il bel paese riacquisti il suo fascino antico? La vedo dura, per lo meno finché ci sarà il solito bel faccione di cui parlare, o da deridere indignati per qualche sua dichiarazione.

Domani mattina volerò a Milano. Manterrò il controllo mentre la classica famigliola cercherà di passare davanti a tutti, lamentandosi della scarsa efficenza degli spagnoli. Abbasserò lo sguardo sul mio libro e se riesco poi ad addormentarmi in aereo ancora meglio. Lascio Barcellona per poco più di una settimana e mi aspettano giornate macinando chilometri in macchina/treno/bus o chissà quale mezzo. Il tutto rincorrendo una famiglia sull’orlo della rottura e andando incontro ad un’altra che spero abbia voglia di conoscermi, come io sono impaziente di incontrare loro.





Ghiaccio

28 07 2009

Se solo riuscissi a tirar fuori questo nero e a trasformarlo in qualcosa di bello. No, non bello, sublime, espressivo.

Sono le emozioni forti (o il ragionamento, o l’unione dei due fattori) a creare arte. Io non so mettere su una tela queste emozioni. Le sento esplodere ma non riesco a trovare la loro voce. Forse la mia calligrafia di questa sera, diversa da tutte le altre volte, è l’espressione di un sentimento represso.

Non so trasformare in arte quello che mi stringe lo stomaco, non so creare musica, non so trovare parole in versi. Ma sento. Fortemente. Inevitabilmente. Infinitamente.

“La notte serve a scrivere i romanzi”, io invece li leggo.

Quello che scrivo sono paranoie. E vorrei solo dormire e svegliarmi domani, come reduce da un sogno da dissipare con il primo caffè della mattina.

La testa mi pulsa e le parole iniziano a mancare. Ma mi sono calmata.

Forse è solo una pausa.

Mi manca. Ogni giorno. Ma in queste occasioni ancora di più. È come se la sua uscita di scena avesse rotto un fragile equilibrio e noi, pattinatori incerti, ci siamo illusi di poter restare in equilibrio su una lastra di ghiaccio che si era già rotta sotto i nostri piedi. Come nei cartoni animati è possibile rimanere sospesi nell’aria finché non ci si rende conto di non avere un appoggio, così noi siamo rimasti sospesi senza la consapevolezza di aver perso quell’unico appiglio. E forse anche oggi, pur sapendolo, fingiamo di ignorarlo per paura di andare alla deriva. Non sarebbe più semplice vedere, accettare ed affrontare la realtà?


(appunti scritti rapidamente con biro nera su foglietti bianchi a righe, la sera del 20/07/2009)





Del perché ad ottobre vado a Londra

9 07 2009

Non mi piacciono le telefonate. Soprattutto quando devo sentire gente che non vedo da un po’. Mi blocco con il telefono all’orecchio ed ascolto distratta, incapace di parlare. Perché avrei un sacco di cose da dire e di domande da fare. Ma quando ho il telefono in mano non mi vengono in mente. Spesso, quello che mi viene da raccontare è qualche sciocchezza che ho fatto dieci minuti prima, o posso iniziare a parlare male di qualche film famoso appena uscito che non ha soddisfatto le mie aspettative. Eppure penso che la persona all’altro capo del filo (si potrà usare ancora questa espressione?) proabilmente non mi ha chiamato per sapere la recensione di un film o per farsi raccontare una mia ridicola scenetta. E allora taccio, imbarazzata, e forse aspetto con ansia quelle parole (Mi ha fatto davvero piacere sentirti! A presto. Stammi bene!)

Certo questo atteggiamento non si manifesta con alcune (poche e selezionatissime) persone. Con la querida Rò, ad esempio, una telefonata potrbbe durare una giornata, senza che si resti in imbarazzo o senza argomenti. Ci sentiamo sìe no due volte l’anno ed ogni volta è come se ci fossimo trovate al solito bar davanti ad un cappuccino. E semplicemente continuiamo la conversazione.

Ma a parte questi rarissimi casi, al telefono sono un disastro.

Preferisco le email. Mentre scrivo posso divagare, essere prolissa e perdermi nei miei racconti, oppure essere essenziale e concisa. Posso essere quella che voglio, senza pressioni di sorta. Il destinatario dell’email, potrà, a seconda dei casi, decidere di farsi annoiare e leggere tutto in una sessione, tenersi dei frammenti da rileggere altre volte, saltare interi brani per arrivare al sodo, oppure leggere le mie due righe (nel caso io abbia deciso di essere sintetica) e pensare che avrei anche potuto investire più tempo per scrivergli un’email, visto che non ci vediamo da anni. Insomma, la comunicazione è un problema (sarà per questo che il numero dei miei amici si puo contare sulla punta delle dita?)

È per questo che in ottobre vado a Londra. E devo scrivere la preannunciata email allo zio W, nella quale ci autoinvitiamo ufficialmente a casa dei ragazzi. Vado a Londra perché ho voglia di rivedere quelle poche persone che vorrei non aver dovuto lasciare. Vado a Londra per poter avere delle belle conversazioni con loro, senza l’imbarazzo di un telefono. Vado a Londra perche ieri sera quando lo zio W mi ha detto che erano seduti in giardino a bere vino, io sono riuscita a vederli, come se non me ne fossi mai andata. (E vado a Londra naturalmente anche per fare shopping, per rivedere la mia città e i miei luoghi preferiti. Ma questo discorso merita un altro articolo).

Mi spiace, ma chi mi conosce, chi mi ha voluto conoscere in questi anni, lo sa. Sa che non so prendere in mano un telefono e digitare il numero. Sa che non mi verrebbe naturale chiedere “come va?”. Sa che preferisco aspettare un intero anno e poi prendere un aereo per andare a sederci in giardino a bere vino tutti insieme.





Una vertigine (blu) del passato

26 05 2009

“La memoria del passato
aggredisce il mio stato”

Negli ultimi tempi mi ritrovo spesso a flirtare con il passato. Mi perdo nelle pieghe dei miei ricordi. Quelli reali e quelli immaginari. E a volte costruisco un presente alternativo e poi un futuro inconsistente.

Queste incursioni nel passato a volte sono piacevoli e “rinfrescanti”. Con la consapevolezza di avere un storia su cui puntellare un presente che a volte trema. Altre volte invece rischio di rimanere intrappolata in una fotografia, in una frase sussurrata, in un cielo blu, in un prato fiorito.

- Chissà se lei cucina per te?
- Chissà se ti piace il cous cous?
Di sicuro ti piace. Amerai tutto ciò che sa di “etnico” e di “alternativo”.
- Chissà dove abitate? Come sarà la vostra casa?

Ho fatto tanti errori che ho riconosciuto solo dopo anni. Mi avresti potuto aiutare a vederli anziché sprangare la porta. Non puoi immaginare quanto io abbia sofferto e quanto ancora mi faccia star male l’eco delle tue parole che allora pronunciasti con l’intenzione di aiutarmi “Io sono dalla tua parte. Non dico nulla però perché se la prenderebbe con me”. Non mi serve che le tue parole stiano dalla mia parte quando tu non lo sei.
È un capitolo ormai chiuso. O forse mai chiuso. Alcuni tagli bruciano ancora.

E tutto ciò non è facile da raccontare. Scucio qualche briciola ogni tanto. Ma gli abbracci non dati sono più difficili da raccontare dei baci al chiaro di luna.

“Molto spesso una crisi è tutt’altro che folle,
è un eccesso di lucidità”





(In)Dipendenza

19 04 2009

“Sarai in treno, ansioso di tornare a Grosseto dopo due anni. Ti immagino accanto al finestrino con una rivista e i tuoi bigliettini. Ti penso tanto e sorrido.”

La verità è che non immaginavo che mi sarebbe mancato tanto. Odio ammetterlo, ma sono terribilmente dipendente da lui. Ero riuscita a recuperare un mio personale equilibrio e, invece, ora mi sto perdendo di nuovo. Trovo molto difficile “fare cose” da sola e quando finalmente riesco a reagire ed uscire mi manca qualcosa. Andare ad una mostra da sola mi è sempre piaciuto e l’ho fatto anche oggi, ma non poterne parlare con lui toglie una parte importante a tutta l’esperienza. Ne ho parlato con un amico che mi ha giustamente detto che è una situazione molto pericolosa. Non tanto considerando l’eventualità di poter tornare single e trovarmi completamente sola, bensì perché si diventa noiosi e monotematici e si rischia di perdere la propria individualità, cosa per la quale ho lottato parecchio. In conclusione, mi sono messa in un bel guaio. Il fatto è che mi piace essere dipendente da lui, nel senso di aver bisogno di fare cose con lui, di parlare con lui, di confidarmi e confidare in lui, mi piace la sensazione da ragazzina irrazionalmente innamorata, ma devo stare attenta ed essere più forte. Forse queste due settimane da sola mi stanno aiutando, per lo meno a prendere coscienza della situazione, che è un primo passo per trovare una soluzione.
Ma martedì torna, e io non vedo l’ora.





(Paris,) Je t’aime

10 04 2009

Lui non c’è e io mi sono mi sono fatta una passeggiata nel suo mondo. La sua mente, i suoi occhi, il suo cuore, le sue orecchie. Ha lasciato una copia del portfolio sul mio desktop dicendo che avrei potuto guardarlo. Detto fatto.

Lo amo. Amo quello che fa. Che ha fatto. Ciò non significa che mi piacciano tutti i suoi lavori, ma mi affascinano, mi interessano, mi commuovono. Ci sono dei quadri in cui rivedo spiragli delle mie emozioni, foto in cui ritrovo un punto di vista, un ricordo, un desiderio.
Ho visto anche “quella”  foto. E non mi ha fatto nessun effetto. A dire la verità, credo che i quadri che ne sono derivati siano nettamente migliori. È solo una parte del portfolio, come tante altre foto, come tante altre foto “di lei”. Ma la gelosia e la rabbia sono passate.

Lui ha bisogno del suo mondo. È il suo ossigeno. E pur sapendolo, ogni tanto ricado nell’errore di valutarlo con altri parametri, che finirebbero solo per soffocarlo e far star male anche me. Ci sono degli aspetti di lui che, quando cerco di razionalizzarli, finisco per odiare. E molte altre cose che invece mi fanno sorridere. Mi fanno sentire amata, mi aiutano ad essere miglioreo semplicemente mi fanno stare bene. Mi sono imbarcata in un’avventura tutt’altro che facile, di cui però non posso fare a meno. Se solo potessi baciarlo adesso, perderei di nuovo la testa.

È partito e mi manca. Posso finalmente “occuparmi” di me. Dopo mesi torno a vivere sola, ma non sono più abituata. Ne approfitto per fare quelle cose che ho in lista da tempo: guardare quel film in francese di cui ho comprato il dvd 5 mesi fa, sistemare alcune cose sul computer, leggere. Del resto, fuori piove e non ho voglia di andare in giro cantando sotto la pioggia. In più, la città è nelle mani dei turisti e quando sono triste proprio non ce la faccio…





Baciami al tramonto

27 03 2009

Sono gelosa di una foto. Che non ho ancora visto.
Ho visto solo la sua trasformazione in un quadro bellissimo. Ho amato quel quadro. Mi sono commossa quando mi è stato regalato quel disegno perché sembrava essere l’espressione di un mio desiderio taciuto.
Ho amato il ricordo di quel disegno, quando avevo deciso di lasciarmelo alle spalle. E non ci sono riuscita.
L’ho amato tanto e ora non posso guardarlo.
Non riesco a guardarlo perché ora so che non si trattava poeticamente della materializzazione di un’idea, ma è irrimediabilmente legato ad una foto, ad un momento. E mi rende nervosa.
Io ho avuto un passato. Lui ha avuto un passato.
Eppure non riesco a pensare che lui sia stato suo, che lei abbia avuto i suoi baci, che per lei abbia investito tempo, sentimenti, emozioni.
Tutto appartiene ad un passato che non mi riguarda e non cambia. È talmente stupido quello che penso che me ne vergogno. Non mi è mai capitato di sentirmi così e non posso evitare di sentire una morsa allo stomaco. Forse sono solo  le mie manie da prima donna.

I baci al tramonto consolano, ma non curano.