TO DO (Data di scadenza: 6 luglio)

22 06 2008

- andare a Clapham e fare le foto alle case in cui ho vissuto
- andare in centro in autobus con l’87 e attraversare il Vauxhall bridge
- cena da Taro in Soho
- passeggiata sul southbank da Waterloo al London Bridge
- andare a Notting Hill e prendere caffè e torta da Progreso
- mostra alla Hayward Gallery
- andare alla Tate Britain a vedere gli enormi quadri dei romantici
- giro in Oxford Street/Charing Cross/Covent Garden
- pranzo al Café
- drinks da Berties
- caffè nero vicino alla biblioteca
- passeggiata in un parco
- Wagamama
- andare a piedi da Charing Cross a Piccadilly attraversando Leicester Square
- fare un proper pub lunch con tanto di birra e pie

NOTA 1:
La lista sarà soggetta a cambiamenti, molto probabilmente verrà estesa.
NOTA 2:
L’amico di Barcellona arriva giovedì per aiutarmi tecnicamente e psicologicamente a lasciare la città.





Busy Bee Innamorata

7 05 2008

Nelle ultime due settimane mi sono innamorata. O meglio, ri-innamorata. Di Londra. Ho vissuto la città come merita, tra un documentario costoso e un film gratis, un venerdì sera ad ascoltare jazz tra stampe americane al British Museum e una domenica a camminare sul Southbank. Sono tornata nel punto esatto in cui ho scattato la foto usata per la testata di questo blog e mi sono emozionata pensando che si trattava di una sorta di addio. Cambierò città, cambierò foto. Ma in questi giorni mi sono sentita davvero bene.
Bere birra guardando il fiume fantasticando su un 7” dei Culture Club autografato da Posh Spice. La musica vera suonata per strada e la finta contro-cultura dei graffiti in un tunnel. E poi i sorrisi e i baci e gli abbracci. Sarebbe stato un periodaccio da affrontare da sola. Probabilmente avrei faticato a trovare l’energia per mettere piede fuori di casa, trascinandomi i macigni dei pensieri e programmi futuri.
Sono stata occupata e lo sono tuttora, benché mi stia ritagliando uno spazio clandestino tra una beta e l’altra. Si lavora, svogliati ma indaffarati, in attesa di una risposta positiva che quasi sicuramente non arriverà, con una lettera di dimissioni pronta da stampare perché di rimanere alle loro condizioni non se ne parla.
Poi la giornata finisce e me ne sto sul letto a leggere un buon libro, metre lui sta al computer a tagliare immagini, bilanciare colori. E sorrido e mi dico che tutto andrà bene. Anche se poi al buio prima di dormire le preoccupazioni mi offuscano la mente e mi trascinano a fondo e nemmeno un abbraccio mi può ridare il respiro.
Andrà tutto bene. Lo so. Ma è proprio la mia visione melodrammtica delle cose che spesso mi fa sentire viva. Ho paura di fallire, ho paura di cadere. O forse ho solo paura di saltare.

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Respira respira, ritaglia spazi e tempi, smetti di calcolare per un attimo e goditi il sole.





Soul Cat

29 01 2008

(Cat Power – live @ Shepherds Bush Empire, 27 Jan 2008)

Donne con una voce che accarezza il cuore
e lacrime negli occhi.
Donne che si muovono feline
nel buio di una notte senza stelle.
Donne di una tristezza incurabile
e di una forza impensabile.
Donne che regalano fiori
e ballano da sole.
Donne che si fanno spogliare
e si lasciano amare.
Donne di una bellezza indescrivibile
estranee ai cliché da copertina.
Donne dallo sguardo fragile
che fanno bolle di sapone su un palco londinese.
Donne con l’amore negli occhi
e una promessa tra le braccia.
Donne che si emozionano
e non ne hanno paura.

-

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*

Metal heart
(Cat Power)

Losing the star without a sky
Losing the reasons why
You’re losing the calling that you’ve been faking
And I’m not kidding

It’s damned if you don’t and it’s damned if you do
Be true ’cause they’ll lock you up in a sad sad zoo
Oh hidy hidy hidy what you’re tryin to prove
By hidy hidy hiding you’re not worth a thing

Sew your fortunes on a string
And hold them up to light
Blue smoke will take
A very violent flight
And you will be changed
And everything
And you will be in a very sad sad zoo.

I once was lost but now I’m found
I was blind
But now I see you
How selfish of you to believe in the meaning of all the bad dreaming

Metal heart you’re not hiding
Metal heart you’re not worth a thing

-

-

*foto di faber





L’ottimismo…

18 01 2008

Se di Tarkovsky regista so poco, di Tarkovsky fotografo non so proprio nulla. Quindi la gita di oggi è stata dettata dalla curiosità. E le sorprese non sono certo mancate.
Punto primo: la White Space Gallery è sì uno spazio bianco, ma è piccolo e mal illuminato, ricavato all’interno di una chiesa. Dirimpettaio di qualcosa come “il centro per la diffusione della cultura cristiana”. Fatto che mi ha destabilizzato un po’ e ammetto di aver esitato quando ho letto le iscrizioni sulla porta.
Seconda sorpresa: una delle prime foto esposte è il ritratto di Tonino Guerra. Che, mi dispiace dirlo, la mia mente associa più velocemente ad una recente e alquanto fastidiosa pubblicità, che non alle sue doti di scrittore.
Di fatto la mia visita a Bright Bright Day. Polaroids by Andrey Tarkovsky (1979-1984) è stata molto rapida. Lo spazio era davvero poco invitante e le foto non mi hanno interessato più di tanto. Mi hanno colpito però alcuni elementi: la nebbia, le finestre aperte e i vasi con i fiori di campo, il sole che in punta di piedi entra nelle camere da letto deserte nei pomeriggi autunnali. E i colori. Quei colori che solo le polaroid possono avere. Quelle sensazioni che solo le polaroid mi sanno dare. (Dall’assenza di dettagli tecnici, si evince la mia totale mancanza di conoscenze in ambito fotografico).
Ho concluso la breve visita scambiando due parole con la gallerista, una ragazza molto carina, dallo sguardo fragile e l’inglese marcato da un accento continentale.
Mi sono poi buttata in una via che non avevo mai percorso, ritrovandomi in una Londra posh e indaffarata, terribilmente affascinante. Sono passata con un po’ di emozione davanti a Sotheby’s e sono poi entrata in un’altra galleria d’arte, trovata per caso. Una di quelle dove le opere sono esposte per essere vendute, non per essere mostrate e commentate. E mi sono sentita così fuori posto e intimorita. Persino un po’ scontenta di vedere cifre accanto a Picasso, Dalì e Warhol e realizzare che qualcuno comprerà quelle opere e molti altri non le potranno mai vedere. Quanto può valere un’emozione? Ho ringraziato la gallerista (un’altra donna!) e sono fuggita arrossendo.
Ho fatto poi un salto alla libreria europea dove due commesse (tanto per continuare il pomeriggio al femminile) gentili, pazienti e intelligenti, mi hanno aiutato a scegliere un paio di libri in francese.

Mi piacciono questi pomeriggi londinesi. Pomeriggi in cui posso anche accettare un cielo grigio, basta che il vento non sia freddo. Pomeriggi in cui Londra mi aiuta a prendermi cura di me.





Pomeriggio cultural – turistico

13 12 2007

The Art of Lee Miller @ V&A

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Un nome maschile per indicare questa donna dalle mille vite.

She was self-made, si legge su uno dei pannelli all’ingresso. Si è persino scelta il nome.

Ha seguito l’istinto, ha inseguito amori, ha cercato aspirazioni nuove. Ha saputo fotografare la concretezza nel sogno surrealista, come anche la realtà della guerra nell’irrazionalità della mente umana.
I personaggi di Lee Miller non guardano mai (o quasi) nell’obiettivo della macchina fotografica. Assumono pose da sognatori, sguardi che vengono da un mondo lontano e vanno oltre l’orizzonte concreto. Guardano in camera solo quando indossano maschere, come a proteggersi da un mondo che non li potrebbe capire. Diventano rappresentazione indiretta del pensiero. Le donne di Lee Miller sono bellissime, enigmatiche, sensuali nello sguardo o nella posa di una mano. Sono tanto concrete e forti quanto surreali e sfuggenti.
Così come per i soggetti, anche gli oggetti fotografati sono proiezioni di interpretazioni, simboli che rimandano all’oggetto stesso o alle sue trasformazioni. La foto della grande piramide in Egitto non è la foto della piramide in sé, ma della sua ombra riflessa sulla sabbia. E nella foto del King’s College di Londra, dell’edificio appare solo il riflesso in una pozzanghera.
Dalle sue foto traspare sofferenza, desiderio di conoscere, di andare oltre i limiti imposti, di spogliare la verità davanti all’obiettivo e di ri-raccontarla, senza pretese di realismo ma in maniera intima e personale. Spesso l’elemento centrale dell’immagine è fotografato da dietro una finestra o una porta aperta o una grata. Come a simboleggiare lo sforzo e il desiderio nell’atto di guardare oltre. E allo stesso modo “Portrait of Space” è l’immagine di una rete squarciata, sormontata da uno specchio in cui non si riflette nulla, ma dietro la quale si distende una terra sconfinata.

Elizabeth “Lee” Miller (1907 – 1977), una donna davvero straordinaria, che ha tracciato un percorso davvero straordinario. Da soggetto delle foto di moda su American Vogue, a musa e apprendista tra i surrealisti parigini. Da fotografa in ambito pubblicitario, a viaggiatrice in un mondo sull’orlo della catastrofe della seconda guerra mondiale. Fino a diventare uno dei più prolifici corrispondenti durante la seconda guerra mondiale. Con un occhio artistico sempre pronto a cogliere l’attimo, che sia una Remington semi-distrutta abbandonata in una strada londinese durante i bombardamenti, o la vasca da bagno dell’appartamento di Hitler a Monaco.
Ha vissuto mille vite in 70 anni, è stata mille donne diverse e allo stesso tempo mille aspetti di una sola donna, viva, vera, passionale e appassionata.

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Rock this town! Yeah!

6 10 2007

Bella giornata ieri. Con dei particolari inaspettati che l’hanno resa unica ed estremamente interessante. Ieri ho dato un calcio al grigiume dei giorni precedenti e questo è quanto è successo.

Ore 3:45pm: i nostri eroi, meglio noti come il Crucco, il dottore madrileño, l’amica spagnola C., la nuova amica germanica S e la sottoscritta, hanno preso un autobus, destinazione Kingston. Il programma dei ragazzi era andare a bere lungo il fiume, quello delle ragazze fare shopping.
E poi è successo l’inimmaginabile… La sottoscritta cercava una giacca di pelle e alla fine si è comprata un vestito!!! Un vero vestito da donna!! L’occasione per indossarlo sarà il Christmas Party del mese prossimo e onde evitare compere scazzate dell’ultimo minuto, quest’anno mi sono portata avanti.
Lui mi chiamava. Io l’ho guardato. Poche parole. Poi ho detto sì.

Ore 6:00pm: le giovani intrepide fashion victims raggiungono i ragazzi (ai quali nel frattempo si era aggiunto Gh) al pub lungo il fiume. Bellissimo scenario, purtroppo però conversazioni di qualità scadente e a tratti quasi insopportabili. Passano due ore e ci si muove.

Ore 8:40pm: sul treno che ci riporta verso la civiltà, noi giovani intrepide facciamo gruppo e decidiamo di andare insieme in città alla serata con i ragazzi degli studios. Salutiamo i nostri accompagnatori pomeridiani a Wim e proseguiamo nella notte londinese.

Ore 9:30pm: dopo una serie di incomprensioni ci troviamo con gli altri e qualcosa scatta in me. E mi ritrovo a parlare con tutti. Io? che per una settimana non sono nemmeno riuscita a parlare con gli amici…
Prima sosta all’Intrepid Fox, che è sempre una certezza di bella serata. Poi Mean Fiddler, che delusione!
Ma la compagnia è ottima! La germanica S si è rivelata essere una persona interessante, oltre che dolce e simpatica. Ho finalmente associato i volti ai nomi che mi scorrono tutti i giorni sotto gli occhi. Ho rivisto il ragazzino che era presissimo per me e mi ha pagato da bere tutta sera (come da piano!) e ho conosciuto il mio nuovo miglior amico, o per lo meno ieri sera dopo una mezz’ora di chiacchiere abbiamo deciso che siamo best friends. Il suo sarcasmo, la sua simpatia e le sue battute astute mi hanno aiutata ad interagire di nuovo col mondo. E poi ho ballato. Quanto mi piace ballare! Incurante del fatto che possa sembrare un pezzo di legno, se ho voglia di farlo mi ritrovo a ballare qualunque musica e sono felice! E non penso più ai ragazzi che mi stanno intorno, a quel tipo carino con cui non avrò il coraggio di parlare, a quello sexy con cui andrei volentieri a casa. Ci sono solo io e sto bene.
Unica nota stonata della serata, l’amica spagnola C ha litigato di nuovo con il suo baby, per delle cazzate, tra l’altro. E a un certo punto sono spariti (spero per andare a fare la pace!), ma lei se n’è andata con il mio vestito nella borsa!

Stamattina ho un leggero mal di testa, ma tutto sommato non mi sento proprio uno straccio. Per oggi non ho nulla in programma.

Domani pomeriggio, invece, cinema. Ieri è uscito Control e con l’ex si è deciso di andarlo a vedere domani al Curzon in Soho. Probabilmente poi finiremo a cena al Wagamama.
Ora urge colazione da bambina viziata: cappuccino, pane+burro+marmellata, succo arancia/banana.





Sogni – occhi – mani – parole

3 09 2007

Un classico rasoio da barbiere ben affilato taglia a metà l’occhio di una fanciulla.
Con questa scena raccapricciante si apre Un chien andalou, primo film di Dalì, realizzato nel 29 in collaborazione con Buñuel. Una delle perle da scoprire in Dalì & Film, una mostra ormai in chiusura alla Tate Modern. Visioni, passioni, desideri, sogni, messi prima su carta poi su pellicola (ma non sempre). Si parte dai primi sketch fatti a Madrid, prima che Dalì venisse espulso dalla Residencia de Estudiantes, per passare allo scambio di lettere con Buñuel, i fratelli Marx e persino Mr Walt E. Disney (non avevo idea che quei due avessero mai collaborato…) ed arrivare all’intervista fotografica con Philippe Halsman in cui i baffi di Dalì hanno vita propria e diventano il vero soggetto dell’intervista. Tutto per cercare di “concretizzare” un sogno, una follia, l’espressione dell’inconscio. Mi sono trovata per la seconda volta nel giro di poco tempo di nuovo di fronte al genio – o follia – di Dalì. E mi trovo bene tra i surrealisti, forse perchè in fondo quello che cerco è espressione dell’inconscio, dell’astrazione delle sensazioni. E così resto affascinata dallo spezzone del sogno tratto da Spellbound di Hitchcock, come resto allucinata di fronte al documentario Impressions of Upper Mongolia con un Dalì enorme su schermo che parla di viaggi spaziali e funghetti magici.
Un rifugio, uno spazio che sento un po’ mio, rappresentazioni che vanno oltre la realtà, leggere lettere e possibili folli screenplay in lingue diverse e guardare filmati in lingue diverse e sentirsi bene, sentirsi parte di un luogo senza confini in termini di spazio e tempo. Ancora una volta il southbank mi ha regalato una bellissima giornata con la mia amante, la città in cui ho scelto di restare, la città che si prende cura di me.

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“No matter where I go, madmen and suicides are there waiting for me, forming a guard of honour. They know obscurely and intuitively that I am one of them, although they know as well as I hat I am not insane”

Salvador Dalì – 1942





Un martedì in città – II

15 08 2007

Loud and gore (ovvero: Skinny Puppy @ Astoria)

Stamattina mi fischiavano ancora le orecchie per il concerto di ieri sera. Non sono una grande fan di Skinny Puppy, ma al momento sono nell’ottica “non lasciamoci scappare nessuna occasione per vedere/fare qualcosa di interessante in questa folle città”. E quindi ho detto sì all’invito. Ok, ammetto che ci sono stati momenti un po’ pesantucci e forse non ero pronta per spararmi un’intera serata a base di industrial, ma mi sono ripresa quando hanno fatto quelle poche canzoni che sapevo. Ne è valsa la pena, almeno per la presenza scenica del cantante, con pose e trucco in stile “il teatro Kabuki si scontra con l’horror”.
L’artista di spalla merita un paragrafo a parte. Otto Von Schirach è uscito sul palco vestito da super-eroe con dettagli black-metal. Un genietto dell’elettronica e dell’ironia, metteva insieme i suoni più diversi cantandoci sopra con uno stile ancora diverso. In più ha ingaggiato sul palco un combattimento con l’uomo scimmia a suon di pose e riff musicali che mi ha lasciato senza parole. Peccato che sia stato fischiato dal pubblico electro-goth, seri, tristi e rigidi (manco avessero una scopa infilata lì).
Il senso di tutta la serata?
Honestly… I don’t have a clue.





Un martedì in città – I

15 08 2007

Antony Gormley- Blind Light

Il corpo è la nostra prima abitazione. L’edificio la seconda.
Questa mostra di Gormley è un invito ad indagare il rapporto tra il corpo e l’architettura in cui ci muoviamo, intesa come punto di riferimento ed espressione del corpo stesso. Ma allo stesso tempo propone un’analisi dell’interazione del nostro mondo interiore con lo spazio.
E si passa così da due estremi. Da una parte le figure di ferro di Critical Mass. Corpi a grandezza naturale ma con una densità 10 volte superiore ad un corpo umano, sospese a sfidare la gravità. E dall’altra le figure smaterializzate di Matrices and Expansions, dove il corpo perde consistenza e si fa energia in interazione con lo spazio.
Ma l’esperienza più allucinante è entrare nell’installazione che dà il titolo alla mostra. Entrare in Blind Light è perdere ogni punto di riferimento spaziale e perdere anche la consapevolezza del proprio corpo. La visibilità in questo parallelepipedo di vetro, illuminato da una luce accecante e pieno di vapore, è così limitata che non riesci a vederti i piedi. Senti solo il rumore dei tuoi passi, in quanto al suolo ci sono 2 centimetri d’acqua. Ti disorienta completamente.
E’ interessante vedere come automaticamente la gente entrando nell’installazione giri verso destra per tenere la parete come punto di riferimento. Ma la vera esperienza, spaventosa ed emozionante, è abbandonare la parete e camminare al centro, persi in una nuvola. Tutti i canoni dell’architettura sono sovvertiti. La luce che solitamente illumina e guida, qui abbaglia e rende ciechi. Le strutture fisiche in cui abitiamo e ci muoviamo solitamente danno sicurezza, riparo, certezza. La struttura di Blind Light, invece, stanza costruita nella stanza, disorienta completamente. Non ci rendiamo conto di quanto in ogni istante della giornata abbiamo conferma di ciò che siamo, proprio in relazione con lo spazio circostante, gli oggetti e gli edifici. Senza punti di riferimento non solo non sappiamo muoverci, ma mettiamo anche in discussione chi siamo.
E il rapporto tra il sé e lo spazio circostante continua all’esterno della galleria, con le statue di Event Horizon. Un’altra installazione di Gormley composta da rappresentazioni a grandezza naturale del corpo dell’autore poste sul tetto di alcuni edifici compresi in un’area di 1,5 km quadrati attorno alla galleria. Alzare lo sguardo al cielo, vedere in maniera diversa gli edifici che ci circondano ogni giorno ed imparare a spingere lo sguardo al di là dei soliti orizzonti. Come ci sono stelle che non vedremo mai perchè la loro luce non fa in tempo a raggiungerci, allo stesso modo oltre alle persone che conosciamo e vediamo ogni giorno, ce ne sono tante altre che spesso non vediamo perchè non ci spingiamo “oltre”.





Surreal Things

8 07 2007

surreal-poster.jpgNo, non mi riferisco a uno dei miei soliti deliri, bensì al titolo di una mostra che mi sono regalata oggi nel bellissimo Victoria & Albert museum. Premetto che adoro questo museo: è immenso e c’è davvero di tutto, dai vestiti della Westwood a vari oggetti “rubati” in diverse parti del mondo, da Canova al design degli anni ‘70. Girarlo tutto, insomma, è impossibile.
Oggi ero lì, usufruendo di un biglietto studenti (sapevo che la tessera dell’uni sarebbe tornata utile prima o poi!), per perdermi tra varie opere del periodo surrealista. Non mi sono mai appassionata troppo a questa corrente. Ho sempre apprezzato la metafisica di De Chirico, poi convogliata nel surrealismo, e ho sempre sorriso davanti al “telefono-aragosta” di Dalì o alla pipa di Maigritte. Come invece non ho mai saputo apprezzare Mirò. Ma oggi mi sono proprio immersa in questo mondo di sogno tra quadri, oggetti di design, filmati e fotografie. Interessante anche la sezione “Displaying the Body”, con abiti e accessori a dir poco incredibili, oserei dire magici.
E’ stato come un viaggio nella rappresentazione di un mondo altro, (purtroppo) nascosto nella quotidianità. La rappresentazione del sogno come reazione alla realtà oggettiva. Giustapporre due oggetti differenti per creare una nuova realtà sorprendente, come nel disegno di Emilio Terry “Caminetto con cascata”. Una rivoluzione nel modo di percepire, vedere e vivere la realtà. Citando Dalì (che sicuramente non l’avrà detto in inglese, ma così stava scritto sul muro): “We can make the fantastic real, and then it is more real than which actually exists.” Capirete che per una che ama stare con la testa tra le nuvole, era la rappresentazione del paradiso. E so che devo vivere con piedi per terra, ma la mostra di oggi ha come aperto una finestra di possibilità di valorizzare il sogno, l’inconscio, il surreale, seppur in piccole dosi, ma costantemente. Era proprio ciò di cui avevo bisogno per ritrovare il mio spazio in questa città.
E per non dimenticare mai il mio spazio interiore, capace di cancellare i limiti della razionalità – e che spesso si spinge anche troppo oltre – mi sono comprata un pezzo di cielo (che per £ 1.50 mi sembrava un’offerta da non perdere!) già installato sulla parete davanti al letto.

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Nothing but blue skies…