Strategie/Nostalgie

16 03 2009

Mi ricordo la prima volta che ho ascoltato gli Afterhours. In quel periodo M. (il guru) ne parlava in continuazione e io pendevo dalle sue labbra. Era il periodo in cui ancora M. mi intimoriva e a volte mi inquietava. Ero al primo anno di università e lui… non lo so. Non ho mai saputo precisamente a che anno fosse né che corsi stesse seguendo. Timidamente cercavo di affrancarmi dalla mia condizione di “matricola-pesce fuor d’acqua” e soprattutto cercavo di liberarmi dal gruppo delle altre novizie e approfittando di poche amicizie tra i veterani mi facevo spazio in Sant’Alessandro. M. passava le sue giornate ai tavoloni, qualche volta lo si vedeva a lezione di ispano, ma era più facile trovarlo lì. O alla Fnac. Ascoltava sempre musica e leggeva riviste come “Rumore” o “Il Mucchio”. Parlava di gruppi a me sconosciuti o di cui avevo solo vagamente sentito parlare. Mi affascinava il suo modo di fare e la possibilità di imparare da lui. Mi sembrava incredibile poter stare a sedere con loro a non-studiare, ma ogni volta che mi rivolgeva la parola arrossivo tanto che la faccia mi bruciava e non riuscivo a dire nulla di sensato, per quanto potessi essere preparata sull’argomento.
Insomma, tra un caffè, una sigaretta o un libro in spagnolo, mi parlò degli Afterhours. Conoscevo già Agnelli e compagnia ma non avevo nulla del gruppo e non li avevo mai realmente ascoltati. Mi passò “Hai paura del buio?” e fu amore “a prima vista”.
Dovetti chiedere ad Ale (Lupin) di passare il cd su cassetta affinché potessi ascoltarli in macchina. Erano i tempi della mia prima auto, una Citroën LN del ‘78, che non aveva la radio – e nemmeno la 5ª – quindi dovevo girare con una radio a pile, che poi nascondevo sotto il sedile quando parcheggiavo lungo le strade milanesi.
Quell’estate ascoltai in continuazione quella cassettina, “correndo” di notte sulla superstrada Milano-Meda, cantando “Lasciami leccare l’adrenalina!” Ho iniziato ad amarli così, come compagni di viaggio.

Quanti anni sono passati? Otto.
E forse qualche mese in più.
Di Ale ed M. ho perso le tracce. Le ultime notizie che ho del primo risalgono a qualche anno fa quando si era definitivamente trasferito in Spagna e voleva seguire un corso per diventare guida turistica.
Di M., putroppo, non so nulla. Due anni fa ci siamo casualmente incrociati in una delle pieghe di internet, ma ci siamo persi di nuovo. Mi piacerebbe riabbracciarlo, vedere se finalmente ha tagliato il pizzetto (l’ho sempre preferito sbarbato!), stare a chicchierare con lui di mille cose e dirgli che ascolto ancora gli Afterhours, anche se l’ultimo album non mi convince.

“Il risveglio dal sogno
Forse uccide, mai tradisce”

Afterhours – Strategie





La biglia blu

9 11 2008

Era un gatto. O un folletto. O un gatto-folletto. Di una genialità ai confini con la follia. O forse era semplicemente pazzo, ma incredibilmente affascinante.

In un mondo di poesie, pipe di carta, stivali (il gatto con gli stivali) e romanzi russi. Musica, capelli lunghi, vino e sigarette. Costruiva un’astronave con due pezzetti di legno o un’opera d’arte con un ramo rubato. E le biglie erano preziose pietre di scambio, barattate a cambio di un sorriso.

Comunicava senza bisogno di parole. O così mi piace ricordare. Ho sempre creduto che ci fosse un’intesa particolare tra di noi, che io fossi, a volte, l’unica a capire le sue follie, perché condividere pochi momenti con lui era la cosa più importante.

Io stavo seduta in un angolo e non parlavo. Lui si alzava e zittiva tutti dicendo che erano tutte stronzate e che quelle stupide regole sociali non facevano per lui. Poi mi guardava cercando complicità. O così mi piace ricordare.

Nuovo Rimbaud sul suo battello ebbro, una stagione all’inferno lunga una vita.

Da lui ho imparato a non aver paura di essere quello che voglio essere (anche se a volte lo dimentico). Pendevo dalle sue labbra, ipnotizzata dai suoi occhi e dai suoi gesti.

Sarebbe lo stesso rivederlo ora?

Mi piace credere che lui sia rimasto l’affascinante gatto genialmente folle, poeta delle notti d’estate e delle giornate lente con musica psichedelica in sottofondo.





Personaggi non giocanti

9 11 2008

Nei giochi di ruolo i “personaggi non giocanti” (NPC) sono quelli non controllabili dai giocatori, che il personaggio incontra durante l’avventura e con in quali è possibile interagire a vari livelli. Il loro peso nello sviluppo della storia può essere più o meno incisivo. A volte è possibile fare delle cose per loro e loro possono fare (o dare) delle cose al personaggio principale. Spesso si può scegliere di parlare con loro o ignorarli, ascoltare le loro storie e poi ripartire, oppure percorrere con loro un tratto di strada. Ci sono momenti in cui il tempo passato ad aiutare questi personaggi sembra tempo perso, e la ricompensa finale non basta a ripagarci della perdita. A volte invece ci offriamo di stare con loro perché il solo fatto di camminare insieme è gratificante. Può anche capitare che quando se ne vanno, ci sentiamo soli, traditi, ingannati e defraudati.

Il paragone ludico certo non spiega nei dettagli il mio rapporto con le persone di cui parlerò in questa categoria, ma mi sembrava un’introduzione abbastanza esauriente.