Musica italiana

Stamattina esco di casa, accendo l’iPod e faccio partire una playlist dal nome “italiani” che non ricordavo nemmeno di avere.

Parte la seguente canzone:

Cinzia cantava le sue canzoni
e si scriveva i testi sul diario per sentirli veri,
e proprio nell’ora di religione
quando tutto il mondo sembra buono, anche il professore,
e lo stadio era pieno, Cinzia e il suo veleno,
e lo stadio era pieno, Cinzia e il suo veleno.
Piero suonava solo la musica reggae
e i suoi capelli erano serpenti neri di medusa Marley, […]

Seguita da questa:

Addio, Lugano bella,
o dolce terra pia,
scacciati senza colpa
gli anarchici van via
e partono cantando
colla speranza in cor,
e partono cantando
colla speranza in cor.
Ed è per voi sfruttati,
per voi lavoratori,
che siamo ammanettati
al par dei malfattori;
eppur la nostra idea
è solo idea d’amor,
eppur la nostra idea
è solo idea d’amor. […]

È evidente che le due canzoni non sono in alcun modo collegate ed è alquanto bizzarro che mi ritrovi ad ascoltarle, non essendo io né una fan di Venditti né di fede anarchica. Ma in un certo qual modo adoro queste due canzoni e oggi mentre camminavo per andare in ufficio sorridevo e cantavo (come una pazza per le vie di SW London…). Piero e Cinzia mi mette di buon umore per il ritmo e il riferimento a Bob Marley. Mi sembrava di essere sotto il sole anche se il cielo di oggi è veramente grigio. E poi mi ricorda di quando ascoltavo reggae e vestivo in technicolor. Di Addio a Lugano amo il testo, che trasmette l’importanza storica di un movimento, l’impegno di persone che facevano politica per degli ideali. Non sono un’esperta di musica italiana e non l’ascolto molto perché non mi coinvolge granché. A parte qualche rara eccezione (leggi Afterhours, Havoc, Carmen Consoli). Ma queste due canzoni (insieme a Quello che le donne non dicono, che era più avanti nella playlist) spuntate inattese in questa grigia mattina, non solo le ho ascoltate [e cantate] con piacere, le ho fisicamente sentite sulla mia pelle. Come se avessero risvegliato una parte di me semi-dimenticata ma mai del tutto abbandonata.
È incredibile il potere della musica. Ad una canzone del tutto innocente associamo sensazioni, momenti, situazioni e finiamo per amarla, odiarla o detestarla solo perché ci riporta determinati ricordi. Ad esempio, ogni volta che ascolto Love is a place dei Metric non posso fare a meno di pensare a quel pomeriggio a Brighton. O se ascolto Ninnananna dei MCR (dove MCR sta per Modena City Ramblers, non My Chemical Romance – che non sopporto) penso subito al “mio” M-filosofo-pellegrino. Canzoni che fanno mi sorridere, piangere, arrabbiare, soffrire, ma che non posso fare a meno di ascoltare.
Intanto continuo ad ascoltare Emily Haines & the Soft Skeleton e a farmi del male… A giugno la vedo dal vivo e lì le lacrime si sprecheranno…

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