La biglia blu

Era un gatto. O un folletto. O un gatto-folletto. Di una genialità ai confini con la follia. O forse era semplicemente pazzo, ma incredibilmente affascinante.

In un mondo di poesie, pipe di carta, stivali (il gatto con gli stivali) e romanzi russi. Musica, capelli lunghi, vino e sigarette. Costruiva un’astronave con due pezzetti di legno o un’opera d’arte con un ramo rubato. E le biglie erano preziose pietre di scambio, barattate a cambio di un sorriso.

Comunicava senza bisogno di parole. O così mi piace ricordare. Ho sempre creduto che ci fosse un’intesa particolare tra di noi, che io fossi, a volte, l’unica a capire le sue follie, perché condividere pochi momenti con lui era la cosa più importante.

Io stavo seduta in un angolo e non parlavo. Lui si alzava e zittiva tutti dicendo che erano tutte stronzate e che quelle stupide regole sociali non facevano per lui. Poi mi guardava cercando complicità. O così mi piace ricordare.

Nuovo Rimbaud sul suo battello ebbro, una stagione all’inferno lunga una vita.

Da lui ho imparato a non aver paura di essere quello che voglio essere (anche se a volte lo dimentico). Pendevo dalle sue labbra, ipnotizzata dai suoi occhi e dai suoi gesti.

Sarebbe lo stesso rivederlo ora?

Mi piace credere che lui sia rimasto l’affascinante gatto genialmente folle, poeta delle notti d’estate e delle giornate lente con musica psichedelica in sottofondo.

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