I ritagli di Rabascall

Definire il concetto di arte. Definire il concetto di cultura. Definere il concetto di bellezza.
Quando un oggetto di uso comune diventa opera d’arte?
Perché i ritagli dei giornali che teniamo raccolti in scatole polverose o in album sgualciti sembrano più gli appunti di un folle che un’opera degna di essere esposta in un museo?
In che misura la diffusione delle informazioni e la facilità di accedere alla cultura aiuta effettivamente a diffondere e sviluppare la cultura? E in che modo, invece, questa continua informazione agisce in senso contrario, appiattendo le opinioni ed impedendo la formazione di un gusto personale?
Mi piacerebbe sapere se qunado Rabascall ha iniziato a comporre i primi collage venisse considerato un artista. Lui sicuramente era consapevole di creare arte, o per lo meno di provocare una riflessione su come si stava evolvendo la società intorno a lui. E i suoi spunti di riflessione non potrebbero essere più attuali.
Qualche mese fa qui a Barcellona si è tenuto il festival internazionale di arte contemporanea il cui tema per il 2008 era la posizione dell’individuo nei confronti delle imposizioni dell’attuale società del consumo. Il tema è stato presentato come estremamente innovativo e vari artisti che operano in città hanno presentato delle opere considerate all’avanguardia, quando invece sembrano delle banali idee da ragazzini in confronto alla forza di alcune opere che Rabascall ha composto 40 anni fa.
Nei suoi collage sono già presenti concetti come la strumentalizzazione delle immagini da parte dei mezzi di comunicazione, la pubblicità degli oggetti di consumo venduta come immagine dell’intera società, la difficoltà dell’individuo di ricercare la verità. Il tutto viene espresso con toni polemici, quasi violenti, nella frammentazione e giustapposizione delle immagini. Altri concetti che emergono dalle opere esposte nella mostra in corso al MACBA, sono la vanità e la mancanza di contenuti concreti di molti discorsi a prosito di arte e politica, e la variazione di una realtà oggettiva a seconda dei punti di vista, delle proprie esperienze e dell’influenza dei mezzi di comunicazione di massa.
Punti di vista, quindi. Questa potrebbe essere la risposta a diversi questioni umane e morali. In che modo con le nostre scelte collaboriamo alla formazione di una memoria storica, quando noi stessi sembriamo inseriti in una storia già scritta, già prevista? I mezzi di comunicazione ci propongono delle situazioni alle quali possiamo aderire oppure reagire. Ma le due scelte non sono entrambe già previste nel momento in cui si formula una nuova proposta?
Ed è qui che entra in gioco l’arte. Dall’arte si può esigere il compito di produrre “il bello” (anche se i limiti in cui inserire la definizione di bello sono molto labili), di esprimere la profondità dell’animo umano, ma anche il compito di provocare. Di gridarci nelle orecchie, di aprirci gli occhi, di stimolarci a pensare, ad evolverci, a sperimentare. Non per creare una “massa alternativa”, che reagisce alle proposte consumistiche della società solo perché è ciò che ci si aspetta da lei, bensì per dimostrare che quando le idee sono valide e coraggiose possono irrompere tra i frammenti della cultura imposta.

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