Correndo con Murakami

Qualche settimana fa Haruki Murakami stava correndo sul lungomare della Barceloneta. Il quartiere dove abito io. Era stato invitato in città dalla casa editrice Tusquets, che pubblica i suoi romanzi in spagnolo. Uno dei miei autori preferiti si trovava a poche centinaia di metri da casa mia e io non lo sapevo.
Pochi giorni prima di leggere l’intervista pubblicata sull’inserto domenicale del Periodico, avevo visto un poster con le edizioni spagnole dei romanzi di Murakami e avevo detto all’amico di Barcellona che mi sarebbe piaciuto molto assistere ad una conferenza, se solo Murakami fosse venuto a Barcellona. In realtà c’era stato, ed era già ripartito.
Di lui si dice che sia il miglior romanziere vivente. Ma anche che si tratta di un uomo semplice, ordinato e metodico. Si sveglia alle 4 ogni mattina e si mette a scrivere. Gli servono tranquillità ed equilibrio per poter discendere nelle oscurità del subconscio e poterne risalire portandosi con sé gli elementi delle storie che scrive. I personaggi dei suoi romanzi appaiono come persone qualunque, ma con una sensibilità fuori dal comune. Persone che fanno parte della società, ma allo stesso tempo per certi aspetti ne sono ai margini. Sono persone sole, persone che varie ragioni si rifugiano nei sogni. Murakami sostiene che per lui scrivere è come sognare e i suoi romanzi sono dei mondi che possono avvolgere il lettore, ma anche pericolosamente trascinarlo nel vortice dell’introspezione.
Quando la gente gli chiede spiegazioni su cosa volesse dire in alcuni passaggi delle sue opere, la risposta che dà l’autore è molto semplice. Voleva dire esattamente quello che ha scritto. Non ci sono altre parole per dirlo, se avesse voluto dirlo in altro modo, l’avrebbe fatto. (Ha fatto un’eccezione a questa sua avversione alle spiegazioni solo per il romanzo After Dark, rispondendo on line a migliaia di domande dei lettori). In questo modo ognuno è libero di cogliere i significati che più sente vicini. I temi che colgo nei suoi romanzi sono la solitudine, la forza delle parole e la difficoltà di comunicazione, la continua ricerca di un equilibrio personale al di fuori dello schema imposto dalla società. Credo che il bisogno di Murakami di avere una giornata metodica e ben organizzata, sia fondamentale nella sua ricerca di equlibrio, non potendo trovare un posto per sé nello schema sociale. Come sostiene lui stesso: “In Giappone ci sono critici che mi considerano una specie di nemico pubblico. Le mie storie sono molto diverse dalla letteratura tradizionale giapponese e ci sono dei critici a cui ciò non sta bene”*.
Ho letto vari articoli ed interviste a Murakami, da parte di giornalisti e traduttori e mi affascina sia lo scrittore che l’uomo. Questo sessant’enne, che dimostra almeno 10/15 anni in meno, che parla poco, intervallando le parole con lunghe pause, che si sveglia presto la mattina e gli piace stirare, che è una delle voci più importanti della cultura contemporanea, ma adora circondarsi di semplicità. Isabel Coixet (una regista che mi piace molto) lo ha incontrato a Tokio e nel suo reportage scrive:
“… siamo arrivati ad un edificio di quattro piani, in una via tranquilla, e al secondo piano una donna dai capelli corti mi apre la porta e mi guida in una stanza spartana, con una finestra che dà su un parcheggio con alcuni alberi secchi. Mi offre del tè. Sorseggiandolo finché si raffreddi, guardando il tavolo, il computer, dei DVD senza custodia, mi rendo conto che si tratta della stanza dello scrittore che ammiro. Vedo una cartolina di un elefante, un disco di Chet Baker. Dopo qualche minuto entra nella stanza, mi stringe la mano, balbetta una presentazione e ci sediamo. […] È una persona estremamente umile. Forse il più umile dei geni. E per me, questa umiltà lo rende ancor più grande: parla dei suoi romanzi come ‘illuminazioni’, come racconti che giungono a lui e tutto ciò che deve fare è trascriverli.”**
Mi piacciono molto i suoi romanzi, tanto che li ho letti quasi tutti. Per lo meno ho letto tutto quello che è stato tradotto in inglese. Credo che mi manchino solo i primi due romanzi e dei racconti che sono stati pubblicati solo in giapponese. Mi sono abituata a leggerlo in inglse quando mi sono trasferita a Londra ed ora ho la mia bella collezione della Vintage. Il mio preferito è Hard boiled wonderland and the end of the world (La fine del mondo e il paese delle meraviglie), nel quale non solo crea un mondo nel quale mi posso immergere e perdere, bensì due. Due piani ben distinti, come realtà e sogno, se arrivano ad intersacarsi al punto di abbattere le barriere tra i due mondi.
È questo che mi aspetto da un buon romanzo, che mi faccia pensare e immaginare, che mi aiuti a trovare le parole per descrivere i miei sogni, i miei pensieri. Adoro leggere romanzi, perché mi piace sfogliare tante pagine, mi piacciono tante parole quando sono usate bene e non sono ridondanti. Quando inizio a leggere un romanzo, so che la lettura mi accompagnerà per giorni e mi ci affeziono. Non solo ai personaggi, ma alle parole stesse. Allo stesso tempo, però, ho bisogno di divorare i libri, perché il tempo scorre e non riuscirò mai a leggere tutto quello che desidero. Ho scoperto di condividere questa paura dello scorrere del tempo proprio con Murakami, anche se dal punto di vista dello scrittore:

Come scrittore, c’è qualcosa di cui ha paura?
Ho paura della mancanza di tempo, del futuro.  […] Il tempo che mi rimane si fa di giorno in giorno più breve e non so quanti libri riuscirò ancora a scrivere. È un problema: ho ancora tante cose da scrivere e i miei anni sono limitati!*

Non vedo l’ora che venga tradotto il suo ultimo romanzo, 1Q84, ma so che dovrò aspettare perché è appena stato consegnato all’editore giapponese. Nel frattempo mi metterò in pari con i racconti (devo ancora leggere la raccolta Blind Willow, Sleeping Woman) e leggerò anche What I talk about when I talk about running, una riflessione sull’influenza dello sport – la corsa in particolare – sulla sua vita e sulla sua scrittura.

Gli auguro di correre ancora migliaia e migliaia di chilometri e di scrivere migliaia e migliaia di splendide parole.

Tesoro

No matter how far you travel, you can never get away from yourself. It’s like your shadow. It follows you everywhere.
“UFO in Kushiro”, after the quake, Vintage, 2003, pag. 10.

*T.d.A. Intervista di Gaspar Hernández “Escribo y corro para estar solo”, Domenical,  numero 342, 5 aprile 2009, pagg. 22-28.

**T.d.A. Isabel Coixet, “Haciendo desaparecer al elefante”, Domenical,  numero 342, 5 aprile 2009, pagg. 26-27.

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2 pensieri riguardo “Correndo con Murakami”

  1. Grazie Zelda. Forse mi piace proprio perché è malinconico. Certo, se pensi che in Norwegian Wood sono più i personaggi che si suicidano di quelli che sopravvivono, non è il massimo dell’allegria. Ma credo che ci sia sempre un elemento di speranza, fosse anche solo un piccolo gesto o un ricordo che un personaggio trova scavando a fondo e ci si aggrappa con forza.

    “Zelda” come la principessa?

    Mi piace

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