Prosa selvaggia ingiustificata

“La miglior cosa esportata dall’Argentina negli ultimi anni. Dopo Messi.”

La prosa di Pola Oloixarac è stata definita così, non ricordo piú da quale rivista spagnola. Mi incuriosiva questo romanzo dal titolo accattivante (“Las teorías salvajes”), scritto da una giovane autrice – nata a Buonos Aires nel 1977 – che, dicono, ricordi Cortázar e Borges, unendo questi tratti con elementi di filosofia, in una prosa giovane, ma culturalmente rilevante. Le mie aspettative erano alte. Che questa giovane scrittrice possa riaprirmi le porte verso la letteratura latinoamericana che tanto amo, ma che ultimamente non ha saputo stupirmi?

Sono a pagina 50 (di 275) di un’edizione autografata, comprata la settimana scorsa.

Delusione. Procedo a fatica in un testo che sembra scritto dalla prima della classe solo per compiacere il professore.

Spesso gli scrittori latinoamericani che ho letto parlano di sesso molto piú apertamente degli europei, attribuendo all’atto sessuale, o alla sua descrizione, una valenza importante per la comprensione del personaggio o del suo ambiente. “Las teorías salvajes” sembra, invece, un pretesto per parlare di masturbazione, tette, culi e cazzi. Come se parlare apertamente ed eccessivamente di tabú fosse l’unico modo per affrancarsi dagli schemi ed apparire giovani, brillanti, forti ed intelligenti.

Come mi era già capitato con “Los detectives salvajes” (che “salvajes” abbia un’accezione sessuale in spagnolo?) di Roberto Bolaño (libro che non son riuscita a finire), gli spunti letterari mi sembrano minimi e forzati solo per dare un tono al racconto. Gli echi di Borges e Cortázar sono facilmente riconoscibili, in quanto elementari citazioni o riferimenti banali che qualunque studente sarebbe in grado di suggerire.

Sulla quarta di copertina si parla dell’autrice in termini di “gélida y atroz inteligencia”. A me, per ora, questo suo primo romanzo sembra solo una tesina, dove si sfornano dei concetti copiati da altri, aggiungendo qualche nome altisonante per darsi un tono.

“En la imperfección está la belleza”. Sono perfettamente d’accordo con questa affermazione, che leggo sempre sulla quarta di copertina. Solo che non credo sia applicabile a questo romanzo. Un’altra definizione è “patch-work exquisito de la contemporaineidad”, ma tutto è troppo forzato, pedantemente ricercato. Non è la prosa giovane, fresca, colta ed avvincente che speravo di trovare. È un buon libro, nel senso che parla della difficoltà di relazionarsi con se stessi e con gli altri nel mondo contemperaneo. Cita astutamente personaggi illustri, ma l’impressione è che lo faccia solo per mascherare il vuoto di idee personali. Un testo del genere, con cotanta presunzione posso accettarlo da Borges, o altri scrittori con una certa esperienza, perché avrebbe uno spessore diverso. Purtroppo, l’effetto che suscita questo romanzo è quello di un pretenzioso esercizio manierista, con pochi passaggi sinceri e sinceramente apprezzabili.

Pola, ti restano 225 pagine per farmi cambiare idea. Sempre che le prossime 50 non mi convincano ad abbandonare l’impresa.

Per quanto riguarda Messi, invece, non ho nulla da obiettare.

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