Il filo di Arianna

“Como ya deberíamos saber, la representación más exacta, más precisa, del alma humana es el laberinto. En ella todo es posible.”
José Saramago, El viaje del elefante

La simbologia del labirinto è presente da millenni nell’immaginario colettivo. È stata analizzata ed utilizzata sotto diversi punti di vista, eppure mantiene ancora un fascino irresistibile ed infinite possibilità di interpretazione, poiché, in fondo, rappresenta la vita di ogni individuo. I vicoli ciechi sono le avversità, le conseguenze di scelte sbagliate, o le speranze tradite. Corriamo lungo il percorso con l’impeto di un bambino che sa di trovare la ricompesa, ma non appena svoltiamo l’angolo ci ritroviamo in un nuovo interminabile corridoio, o, nella peggiore delle ipotesi, ci troviamo davanti un muro di siepi che ci costringe a tornare sui nostri passi.

Per la sua valenza simbolica il labirinto è uno degli elementi che ha maggiormente stimolato la fantasia e le riflessioni di scrittori, filosofi ed artisti.

L’odierna concezione del labirinto prevede una costruzione artificiale in cui si è tenuti a scegliere il percorso. Le rappresentazioni medievali, invece, prevedevano un labirinto con un percorso unico, dall’ingresso verso al centro. L’impronta della religione è indubbia in questa simbologia secondo cui l’uomo percorre un tracciato tortuoso, senza possibilità di scelta, fino ad arrivare al centro, cioè a Dio. In questa concezione, tutto è prestabilito. È solo nel XV secolo che compaiono diverse rappresentazioni di labirinti che contemplano la biforcazione del sentiero e di conseguenza ammettono la possibilità di scelta. A partire da allora il vero soggetto è l’uomo, che deve compiere delle scelte per arrivare all’uscita. Entrano in gioco il libero arbitrio, il ragionamento, la memoria. Sono questi gli aspetti che affascinano di più. Il fatto che nel labirinto della vita ognuno possa (e debba) scegliere il proprio cammino e nel momento in cui tutti i punti di riferimento vengono meno, uno si trova solo con se stesso.

In questo senso, si deve considerare come un labirinto non solo una struttura con percorsi delimitati, ma anche uno spazio aperto con infinite possibilità di scelta, come ad esempio un deserto. In mezzo ad un deserto, uno si sente tanto disorientato come all’interno di un labirinto. La sensazione di libertà data dalle infinite possibilità di scelta si ritorce contro l’individuo, in quanto senza punti di riferimento risulta impossibile operare una scelta razionale.

In termini simbolici, il labirinto è, quindi, un concetto individuale che diventa un’esperienza personale nel momento in cui si accetta la sfida o, semplicemente, ci si rende conto di essere inevitabilmente immersi in un labirinto. Il rapporto tra uomo e labiritno è in realtà un rapporto con se stessi. A volte, tener ben presente il centro non basta per sapersi orientare, anzi, ci disorienta ancora di più in quanto ci impedisce di ragionare sulle varie diramazioni che incontriamo. A volte le proprie forze non bastano ed è necessario il filo di Arianna per poter procedere e ritrovere l’uscita, dopo aver esplorato il centro. Ma la soluzione del labirinto non è necessariamente trovare l’uscita. È anche avere il coraggio di avanzare negli angoli più bui, è ritrovare se stessi dopo aver sbattuto contro ad un muro. Non è solo l’ansia di trovare l’uscita che ci spinge ad avanzare, bensì anche l’emozione della scoperta. Sappiamo che da qualche parte c’è una via d’uscita, eppure ci disperiamo dopo ogni fallimento, non considerando che anche l’errore è parte del cammino e non è necessariamente un fallimento. Ogni scelta conta.

Il sapere e l’esperienza costituiscono il filo cel ragionamento che ci guida all’interno del labirinto, ma che a volte non è sufficiente. Ci sono elementi che sfuggono al nostro controllo; elementi che, come degli specchi, distorsionano la realtà, tanto da renderla irriconoscibile. Ci perdiamo nuovamente ed è necessario ripartire da zero. Come avviene durante un ragionamento. Esploriamo percorsi, apriamo porte, creiamo diramazioni, solo per poter corroborare l’idea iniziale. All’uscita del labirinto ci ritroviamo nello stesso mondo da cui siamo partiti. Siamo noi ad essere diversi e a vedere con occhi diversi ciò che già conosciamo e che ci appare ora come nuovo. Ora assume dei significati che prima non avremmo potuto/saputo apprezzare.

Il labirinto è, in definitiva, la nostra capacità di porci delle domande, di non accontentarci di ammirare la facciata esterna. Il labirinto rappresenta il desiderio di conoscere, di indagare, di scoprire la verità, quanlque essa sia. Ci addentriamo nel labirinto non per spavalderia, siamo a conoscenza della presenza del minotauro, ma questo non ci trattiene. Il disiderio di verità è lo stesso che ha spinto Ulisse oltre le Colonne d’Ercole; non ci dà pace e siamo disposti a seguire quel filo anche se ci condurrà in un viaggio infinito.

“Nuestro hermoso deber es imaginar que hay un laberinto y un hilo. Nunca daremos con el hilo; acaso lo encontramos y lo perdemos en un acto de fe, en una cadencia, en el sueño, en las palabras que se llaman filosofía o en la mera y sencilla felicidad.”
Jorge Luis Borges, “El hilo de la fábula”, Los conjurados


La mostra “Per laberints”, che ha ispirato questo articolo, rimarrà aperta al CCCB di Barcellona fino al 9 gennaio. Le citazioni sono tratte del catalogo della mostra.

Grazie a Faber per “6 gradi di separazione”.

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