A tre settimane dal 15M

Non ho seguito i primi passi del movimento 15M. Non ho partecipato alla prima manifestazione conclusasi con l’accampamento alla Puerta del Sol e mi sono interessata al movimento solo a ridosso delle elezioni. Da allora sto cercando di conoscere e capire le motivazioni degli accampati, le conseguenze politiche e sociali, ma soprattutto sto cercando di riflettere sugli sviluppi futuri. Di certo la scarsa copertura da parte dei mezzi di comunicazione non mi ha aiutato a prendere conoscenza del movimento. Nella prima settimana dell’accampamento, la settimana prima delle elezioni, quasi non se ne parlava affatto. Nel TG nazionale solo era una notizia breve alla fine dell’edizione. Probabilmente i giornalisti non immaginavano che il movimento avrebbe assunto queste proporzioni ed erano troppo impegnati (e preoccupati) a seguire le ultime battute di una stancante campagna elettorale. Gli accampati hanno iniziato a fare davvero notizia quando hanno deciso di non andarsene dopo le elezioni, ma hanno deciso di continuare perché le loro ragioni non avevano nessun risvolto elettorale. Qui a Barcellona, poi, l’accampamento in Plaça Catalunya ha fatto davvero notizia quando le forze “dell’ordine” hanno cercato di “fare pulizia” venerdì 27 con la scusa di preparare la piazza per la finale di Champions League. Di fronte ad una situazione di pericolosa tensione, gli accampati e i cittadini sostenitori del movimento hanno dato prova di serietà degli intenti, di senso civico ed educazione. L’accampamento è sopravvissuto e continua ancora oggi.

Mi sembra un messaggio molto forte e significativo quello che i cittadini stanno lanciando: non ci sentiamo rappresentati da questo modello di democrazia, vogliamo davvero far parte della società civile, non abbiamo paura di riprendere ciò che è nostro, ovvero, le piazze delle nostre città. È significativo il fatto che la gente non si riunisca sotto nessuna bandiera, bensì sotto sctriscioni che tutti condividono. Si fanno assemblee di piazza, si parla di democrazia diretta e di portare l’esperienza nei quartieri. Trovo bellissimo che la gente voglia impegnarsi a cambiare le cose, a far sapere al mondo che non sono d’accordo e che sono disposti a compromettersi.

Il movimento deve il nome al libro di Stéphane Hessel Indignez-vous !, che ha avuto molto successo in Francia nel dicembre scorso e che qualche mese fa è stato pubblicato anche in spagnolo e catalano. Ho letto il libro, regalatoci del capo in occasione di Sant Jordi, e l’ho trovato molto interessante e significativo, quantomeno per l’esperienze vissute dall’ autore. Condivido molte delle idee che esprime, ma non avevo bisogno di leggere il libro per rendermi conto che società stia involvendo, in vece di evolversi e che le soluzioni offerte dai grandi della politica non siano le scelte ottimali per la società civile. Bisogna avere il coraggio di esprimere le proprie idee e di non avere paura ad indignarsi per poi impegnarsi (vedere titolo del libro successivo). Dalle notizie che ho letto sul movimento e dalle immagini che ho visto di una Plaça Catalunya gremita di accampati in ascolto di un ragazzino che in una mano prandiva il megafono e nell’altra il libro di Hessel (che in catalano ha un’opportuna copertina rossa), ho avuto l’impressione che il libricino di Hessel sia stato preso come bibbia del movimento, come se senza questo libro a nessuno di loro sarebbe mai venuto in mente di iniziare a riflettere.

Il tema più importante ora è vedere come il movimento sopravvive passando dall’accampamento all’impegno nei quartieri. Credo che tre settimane di accampamento siano state sufficienti per dimostrare il dissenso, ora è fondamentale trovare nuove forme per far sentire la propria voce. La prima mossa sarà la manifestazione nazionale convocata per il 19 giugno. TOMA LA CALLE

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