Macchie sulla parete

Non posso dormire. Il caldo, l’odore di umidità, l’aria ferma, immobile, soffocante. Sento un peso sui polmoni che non mi lascia respirare, riposare. E il cervello continua a fare giri sempre più contorti. Al rumore costante di sottofondo si sommano stasera le voci di una tv lontana e di una bambina che (forse) non riesce a dormire.
Sono le 2 meno venti ed è il 22 agosto. Fino all’anno scorso questa data portava con sé un obbligo, ora è solo uno dei 365 giorni che compongono un anno, che si somma ad un altro e ad un altro ancora. Guardo la macchia sulla parete e mi dico che io non posso vivere così, ma sono stanca di agire. Vorrei non dover pensare, vorrei andare davvero in vacanza e che qualcun altro si occupi di sistemare una casa non mia, di trovarmene un’altra e di risolvere situazioni ancora aperte.
Quando non si riesce a prendere sonno si pensano a tutte quelle cose a cui non si dovrebbe pensare di notte, perché tanto non hanno soluzione almeno fino al mattino seguente. Eppure non si può evitare. Neanche un libro di 1148 pagine ci può aiutare, perché la concentrazione volerebbe via, come una rondine nel cielo primaverile. E invece è estate. La mitica estate del 2011. L’estate in cui sono andata in Svezia per la prima volta. L’estate in cui non ho fatto delle vere vacanze. L’estate in cui ho mangiato troppo. L’estate in cui il sole si è accanito con più forza sulla mia pelle. L’estate in cui il caldo non mi lascia dormire e l’estate in cui la città sembra che puzzi di più. L’estate dei nudisti indignati e di noi distesi al sole, con il costume.
L’estate in cui Londra brucia e le borse crollano; la Somalia soffre l’ennesima crisi umanitaria e Gheddafi non vuole lasciare il potere.
C’è da una parte un’aria da fine del mondo e dall’altra la sicurezza che tutto continuerà come prima o peggio di prima. Il potere del capitale continua ad essere determinante, nonostante ci sia stata una chiara dimostrazione del fallimento dello stato capitalista. Ma solo per alcuni. Altri restano trincerati nei loro palazzi di cristallo.
Mi dico spesso che vorrei lavorare per qualche ong, che mi farebbe stare meglio pensare di fare qualcosa di buono per il mondo. O per lo meno potrei fare la volontaria nel mio tempo libero, ma la verità è che sono pigra. Che mi piace leggere, commentare le notizie e scriverne sul mio blog, perché fa figo, perché è cool, perché tutti hanno un blog.
Mi manca l’aria (condizione fisica e mentale). Vorrei uscire sul balcone e mettermi a gridare.
È come se la storia fosse un loop infernale e il mio riempirmi la testa di libri non è altro che un disperato tentativo inconscio di cercare quelle risposte che altri hanno trovato con facilità, mentre io continuo a cercare perché in fondo quello che voglio non è trovare, bensì essere libera di continuare a cercare.
Non sarei dovuta uscire a cena stasera, i chipirones non mi danno pace. Diamo la colpa a loro dei miei deliri.
Vorrei essere bambina e che le mie preoccupazioni riguardassero solo i nuovi giochi da inventare e i compiti da fare per la scuola. Vorrei tornare a casa con lo zaino sulle spalle e raccontare a mia madre tutto quello che è successo nelle 5/6 ore passate a scuola, e lei farebbe finta di essere interessata ad ogni parola, anche se ancora non ha imparato i nomi di tutti i miei compagni o degli amici delle altre classi con cui ho passato l’intervallo. Invece sono cresciuta e vado in ufficio 5 giorni alla settimana e torno a casa e racconto ad un’altra persona i momenti migliori e peggiori della giornata. Sempre le stesse storie, banali. In questo periodo ho iniziato a sentire il peso dei 30 anni, i capelli bianchi da coprire con una tinta, un diverso punto di vista sul mondo e quel senso amaro di essere rimasta indietro, di essere rimasta ferma.
Nel frattempo la città si è calmata ed è il rumore dei condizionatori e di qualche moto in lontananza a riempire l’aria.

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