It was. It will never be again. Remember.

Ricordi selettivi. Ricordo date praticamente insignificanti e non riesco a ricordarne altre, che dovrebbero essere più importanti. Ho la testa piena di particolari e magari non posso ricordare un evento che altri che l’hanno vissuto con me classificano come indimenticabile. Inconsiamente selezioniamo ciò che vogliamo ricordare. Ricordo la frase di una libro, ma non saprei raccontarne la trama. Ricordo la ruota di una skate appesa ad uno zaino, ma non rieso a ricordare che fine abbia fatto quel biglietto. Secondo Auster, uno si chiude nella propria solitudine per poter ricordare, ma con l’atto di ricordare uno si circonda di altre presenze.

The Invention of Solitude è un libro eccezionale, di quelli che ti obbligano a confrontarti con te stesso, il passato, il presente, i sogni futuri e gli incubi che non riesci a superare. È un libro di quelli che ti fanno venire voglia di leggerne tanti altri, addirittura di scriverne. Leggendo questa sorta di diario/raccolta di appunti, mi sono lasciata sprofondare nella densità dei miei pensieri, non nella totale disperazione di un’oscurità senza fine, bensì nella consapevolezza dell’inevitabile fine delle cose/esperienze/persone. La necessità e la fuzzevolezza del ricordo. La sua importanza. Ci si afferra al ricordo come se fosse la verità, ma altro non è che una verità soggettiva, alterata, idealizzata, sognata. Desideri e sogni che diventano ricordi, opportunità mancate che si trasformano in incubi. Tutto questo perché non lascio scorrere le emozioni. Le trattengo, forse per paura di pardere con loro qualcosa di me, ma non fanno altro che accumularsi, appesantirsi. come allo stesso tempo però si accumulano, si aggrovigliano e si arricchiscono i ricordi. Cedo a volte alla tentazione di immaginarmi una vita iniziando con “Se…”, ma è solo un gioco da bambini.

Il titolo del post è la frase di chiusura del libro.

Paul Auster, The Invention of Solitude, Faber & Faber, 1992

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