Pene d’amor perdute

Il primo per cui mi palpitò il cuore fu Marco B.; miglior amico di mio cugino e suo inseparabile compagno di malefatte. Avrò avuto 6 o 7 anni; lui 11 o 12. Ricordo ancora il mio sorriso e il sole sulla faccia in quel pomeriggio d’estate quando mi portò a fare un giro sulla sua bici. Piccole cose, un primo accenno di quello che sarebbe stato l’amore. Credo che l’interesse per lui sia durato solo un’estate o forse scemò ancora prima della fine di agosto.

Ci furono poi piccole parentesi: qualche settimana con D; non avevo idea di cosa volesse dire stare con qualcuno. Ricordo solo che andammo una volta al cinema e facemmo lunghe passeggiate. Poi arrivò l’estate, io partii per le vacanze e mi dimenticai completamente di lui. Quella fu l’estate del mio primo bacio, la sera di ferragosto, in montagna. Allontanatici un paio di passi dal gruppo seduto attorno al fuoco, confessai a G di non aver mai baciato nessuno fino a quel momento. La storia con G durò qualche settimana ma rimanemmo grandi amici per vari anni a seguire.

Ma devo fare un passo indietro, perché fu qualche anno prima del mio primo bacio che conobbi colui che sarebbe stato il mio primo vero grande amore, anche se mai corrisposto. La prima volta che lo vidi avevo 8 anni e ricordo chiaramente la sua maglietta bianca, i pantaloncini bordeaux e i capelli un po’ lunghi. Lui aveva 13 anni e non mi vedeva nemmeno. Qualche anno dopo, all’inizio dell’adolescenza, ci rincontrammo ed iniziò per me il tormento e l’ossessione. Era una sera di gennaio ed eravamo attorno ad un falò. Mi strinse la mano e mi disse il suo nome. Io dissi il mio sorridendo protetta dal fatto che il rossore sulle guance sarebbe potato essere dovuto al fuoco. Per anni scrissi lettere indirizzate a lui ma che non spedii mai e non feci mai leggere a nessuno. Un pomeriggio d’inverno le feci a pezzetti e le infilai in un sacchetto di plastica che gettai in un contenitore per strada. Volevo liberarmi di quell’ossessione, convinta che fosse solo una cotta da adolescente. Tanti drammi senza senso. E invece no. La mia non-storia con lui è proseguita per anni finché abbiamo addirittura iniziato a frequentare la stessa cerchia di amici. Gli raccontai (in parte) la mia ossessione per lui negli anni precedenti e, nonostante i miei squilibri sentimentali, stette al mio fianco come un complice fedele per qualche mese, finché la sua ragazza (attuale moglie) lo obbligò scegliere. I contatti si fecero sempre più radi, fino a diventare occasionali e fortuiti. Il cuore mi sobbalza ancora oggi quando penso a lui o vedo delle foto o leggo quel testo che mi scrisse per i miei 18 anni. Era amore, ma non abbastanza.

L’estate del 1999 fu dura. Decisi di andare a rifugiarmi nella casa in montagna per cambiare aria, sola, con la mia chitarra, una valigia piena di sogni infranti e un sacco di libri che avrebbero dovuto salvarmi. Ero fragile e con i sentimenti allo scoperto. Così quando un nuovo soggetto entrò in scena, bastarono poche di attenzioni, una cena e una rosa rossa per convincermi che mi volesse bene davvero e si sarebbe preso cura di me. Due mesi di illusioni finché gli dissi che mi sentivo solo presa in giro e che non volevo più rivederlo. Mesi dopo scoprii che mentre usciva con me continuava ad uscire anche con un’altra, benché mi avesse detto di averla lasciata. Non seppi più nulla di lui.

Un’altra persona conosciuta un’estate in montagna e che ha lasciato involontariamente un segno nella mia vita è il gatto con gli stivali. Ho ancora la biglia blu che mi diede a cambio di una sigaretta. Era magico parlare con lui. Quella volta che mi prestò la sua felpa preferita ricordo di averla tenuta stretta tutta la notte. Leggeva poesia, scriveva canzoni, faceva ragionamenti assurdi che io ascoltavo con gli occhi luccicanti di ammirazione. Avrei fatto qualunque cosa per lui. Lui lo sapeva, ma era già di un’altra. Iniziarono ad uscire insieme giovanissimi e furono la coppia perfetta per anni. Qualche anno dopo seppi che si erano lasciati. Vorrei tanto andare a cena a con lui, bere del buon vino ed ascoltarlo mentre mi racconta di tutto quello che ha fatto negli ultimi 15 anni.

Quando iniziò l’università fu la volta del musicista incontrato in stazione. Ho già scritto di lui e del biglietto lasciato sul vetro della macchina con un fiore e il suo numero di targa. Un solo appuntamento che non diede risultati immediati e poi la vita prese altri giri e quando ci rincontrammo eravamo già di qualcun’altro. Fummo compagni di viaggio per qualche anno, su quel treno che ci portava in città: ci aiutavamo a vicenda se avevamo esami in vista, mi faceva ascoltare musica e a volte ci scappava qualche battuta interessata, ma era solo un gioco divertente.

Mentre aspettavo una telefona del musicista, che arrivò con un paio di mesi di ritardo, iniziai ad uscire con C. Fu una bella storia, eravamo molto innamorati. Condividevamo la visione del mondo, i sogni, molti interessi, passavamo pomeriggi a parlare di letteratura e serate in qualche centro sociale ad ascoltare concerti punk. Il principale progetto comune era quello di andarsene, dall’Italia e dalle nostre famiglie. Lui partì per Londra alla fine di marzo e io lo seguii all’inizio di luglio. Dopo un anno di convivenza capimmo di essere arrivati alla fine della storia d’amore e l’unico modo per salvare qualcosa di bello sarebbe stato lasciarsi. I primi mesi furono difficili, ma diventammo amici e lo siamo ancora oggi.

Fu l’amico A ad accogliermi tra le sue braccia e nel suo letto, in quella casa dalla porta blu. La storia con lui fu stranissima. Prima fui io a cercare di convincerlo a fare coppia fissa, poi quando mi cercò lui, fui io a dirgli di no. Più che uscire insieme, ci limitavamo a tornare a casa insieme e a tenerci compagnia. Ora ha un look hipster, una fidanzata e un gatto.

Impossibile dimenticare la storia con baby-hubby. Un flirt durato mesi per poi concretizzarsi solo in una storia di una notte, che però ha lasciato strascichi su di me per vari mesi.

Un viaggio a Barcellona fu l’inizio dell’altra importante relazione. Folli e senza nulla da perdere, ci siamo rincorsi per l’Europa e ci siamo innamorati e fatto progetti e parlato di arte e viaggiato insieme. Abbiamo condiviso anni della nostra vita e siamo stati felici. E quando non lo eravamo, c’era sempre un abbraccio su cui contare. Ma, per quanto fosse ben nascosta, arrivò la data di scadenza, simbolicamente il primo di gennaio. Non ho mai pensato che il detto “anno nuovo, vita nuova” potesse avere un senso, fino a quest’anno.

Ed ora mi rimane solo una persona di cui parlare. Ma ho già speso troppe parole, drammi e lacrime. Ho già annoiato innumerevoli volte i pochi amici ancora disposti ad ascoltarmi. 4 mesi di messaggi che ho voluto interpretare a modo mio, afferrata ad una debole speranza e ad un desiderio di essere vista per quella che sono. E non solo a tratti, ma ogni giorno, in ogni momento.

Posso solo consolarmi ascoltando Nick Cave:

“An eye for an eye
And a truth for a truth
And anyway I told the truth
But I’m afraid I told a lie.”

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